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LETTURE/ Il "tempo" di Agostino e la nostra domanda

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Caravaggio, Il sacrificio di Isacco (1603, particolare) (Immagine dal web)  Caravaggio, Il sacrificio di Isacco (1603, particolare) (Immagine dal web)

Agostino continua in qualche modo a precederci. E ogni volta che ce ne accorgiamo restiamo stupiti e insieme coinvolti. Non si tratta solo del fatto che un autore di tale grandezza rappresenti una fonte essenziale cui attingere per capire la genesi di parole e concetti che hanno segnato un'intera tradizione di pensiero, sino a noi (come poter comprendere cosa sia "libertà" o "storia"," coscienza" o "soggettività", "desiderio" o "amore", per dirne solo alcuni, senza la compagnia pensante dell'Ipponate?). La precedenza è più radicale, e dipende dal fatto che molti dei nostri percorsi di ricerca si trovano a fare i conti con problemi e interrogativi che Agostino ha attraversato, patito e illuminato con la sua esperienza personale, sia pure nella grande distanza dei contesti storici e con tutte le differenze di linguaggio e di mentalità. 

È nell'ordine della coscienza di sé e del mondo, e nella volontà di decifrare il mistero del reale, che Agostino costantemente ci precede. E non di rado può capitare di trovarlo ad attenderci lì dove noi, moderni e post-moderni, pensavamo di essere arrivati per la prima volta. E questo non perché si debba forzatamente ricondurre al suo pensiero i nostri problemi, ma perché al contrario Agostino è andato così a fondo delle sue particolari questioni — e della questione più radicale di tutte, che era il suo stesso "io" — da poter intercettare e illuminare dal quel punto il fondo delle nostre questioni.  

Una nuova testimonianza di questa strana, permanente "precedenza" di Agostino ci è offerta dal saggio di uno studioso tedesco, Friedrich Wilhelm von Herrmann, sulla fenomenologia agostiniana del tempo, appena tradotto in italiano. Si tratta di uno dei temi più celebri del pensiero dell'Ipponate, ma anche tra quelli che sono dati più facilmente per acquisiti. Nell'XI libro delle Confessioni (scritte tra il 397 e il 401) il problema del tempo nasce all'interno di un interrogativo squisitamente teologico ed esegetico, a partire dalla spiegazione da dare al primo versetto del Genesi («In principio Dio creò il cielo e la terra»). Cosa può voler dire per Dio stesso "iniziare" qualcosa? Non è contraddittorio il fatto che nell'Essere eterno si possa pensare ad un'azione prima della quale Dio non facesse nulla? Bisogna dunque partire dall'eternità divina per capire che il tempo non è qualcosa al cui interno Dio agisce, ma è qualcosa che è creato da Dio stesso insieme alla creazione. L'origine del tempo affonda per così dire nel mistero dell'eterno principio, che non è solo un "inizio", ma è la fonte inesauribile di tutto. 

Ma Agostino non si ferma qui, a contemplare cioè il rapporto tra l'eternità ineffabile e il tempo misurabile; il suo gesto modernissimo sta tutto nella sua indagine sul tempo a partire dall'esperienza che di esso noi facciamo quotidianamente. E questo con un preciso intento: non tanto quello di cambiare piano o mutare registro, abbandonando cioè l'eterno e concentrandosi sul temporale, ma piuttosto quello di ritrovare nel temporale la traccia della sua origine, non come un presupposto dottrinale ma come ciò che solo può spiegare e rendere percepibile il tempo della nostra vita e del mondo.



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