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LETTURE/ Knut Hamsun, la tristezza del Nobel che inneggiava a Hitler

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Adolf Hitler (1889-1945) (Immagine dal web)  Adolf Hitler (1889-1945) (Immagine dal web)

Ma non sono certamente le pagine in cui lo scrittore tenta un'impossibile difesa a costituire il pregio del diario. Pagine amare in cui questo grande reazionario, incapace di mettere in discussione davvero le proprie convinzioni, giunge finanche ad accusare chi gli stava intorno di non aver fatto nulla per illuminarlo sui propri errori ("E nessuno mi disse allora che quanto andavo scrivendo era sbagliato, nessuno, in tutto il Paese"). 

Il libro non si limita esclusivamente a consegnarci l'autoritratto impietoso d'un intellettuale chiuso nella propria torre d'avorio, sordo come Hamsun fu — sia fisicamente che emblematicamente — nella sua incapacità di percepire il grido di dolore dei norvegesi oppressi. Per i sentieri dove cresce l'erba è anche e soprattutto uno straordinario testo poetico in forma di prosa sull'ultimo tratto della nostra parabola esistenziale: sulla vecchiaia non tanto come venir meno di slanci, desideri o forze vitali, ma prima ancora come rarefazione d'ogni velleità narcisistica e pacata consapevolezza della umana finitudine. Il critico Filippo La Porta, sottolineando che l'insofferente nomadismo dello scrittore in tale opera sembra finalmente placarsi, accenna al taoismo. In effetti, man mano che questo bellissimo diario procede, la cupezza del lamento si stempera in una sorta di serena accettazione, che è pietas e disincanto, come testimoniano queste commosse parole, insieme di congedo e viatico. "Siamo tutti in viaggio verso un paese che di sicuro raggiungeremo. Fretta non ne abbiamo, e ci fermiamo a raccogliere le casualità che ci capita di trovare per la strada. Solo gli stolti ridono in faccia al cielo e battezzano quelle casualità con nomi altisonanti".



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