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ARTE/ L'occidente mette 2 miliardi di euro l'anno in tasca ai jihadisti

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Siria, le rovine di Palmira (Immagine dal web)  Siria, le rovine di Palmira (Immagine dal web)

Le dogane portuali sono colabrodi, ispezionano a campione, dunque vengono facilmente superate. Ma soprattutto i tir la fanno franca: molti di essi utilizzano il Carnet Tir, un documento internazionale che consente di avere controlli solo all'inizio del viaggio e a destinazione. Per i trafficanti è il massimo: che controlli ci saranno mai in Siria, Iran e Libano? I camion trasportano regolarmente il materiale dichiarato sulla bolla: in più nascondono la refurtiva. 

Da Beirut passano per i Balcani, debolissimi nella vigilanza, e nel percorso scaricano le opere saccheggiate. Gli spalloni le prendono e le portano in Svizzera, dove la legge sul mercato nero è morbida. Compiacenti storici dell'arte confezionano certificati di garanzia e provenienza per superare il reato di ricettazione attivo in molti Stati. Così le opere d'arte, da illegali, diventano smerciabili, si impennano nel prezzo, e finiscono nelle case d'asta londinesi, nei facoltosi musei americani e dagli antiquari. Anche i musei e le case d'asta, i cui nomi sono stati fatti alle autorità, diventano così insospettabili e indiretti finanziatori del contrabbando e del terrore.



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