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LETTURE/ Péguy, von Balthasar e la fede in "battaglia"

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Siamo ai paragrafi 219-223 e seguenti. Si parte da un risoluto invito, più esplicito nel testo francese, a usare solo con "estrema circospezione" il concetto di età della fede per qualificare le fasi storiche che hanno preceduto l'avvento del mondo pienamente moderno. Se ci si vuole riferire al "Medioevo" (traduce von Balthasar) per sostenere che "per secoli — secoli di cristianità, di comandamento dell'amore, della signoria della grazia — era comune la fede nella verità ricevuta, anzi era letteralmente qualcosa di pubblico che scorreva nel sangue e nelle arterie comuni, viveva nel popolo, [che] non solo era accolta, bensì era vissuta solennemente, ufficialmente, e si vuole anche dire che oggi non è più così, allora si ha ragione. Storicamente si ha ragione".

Nello stesso tempo, però, prosegue Péguy (e con lui von Balthasar, che lo ricalca), bisogna anche riconoscere decisamente che la perdita di questa dimensione totalmente "pubblica", generale e inglobante, in forza di "diritto comune", con il rientro della fede nella sfera di un'affermazione "privata", della coscienza dell'individuo, non coincide affatto con lo sfiguramento irrimediabile della vera identità cristiana. Nei "due o tre secoli" che costituiscono il vertice della più matura modernità, la modernità delle più dure "prove intellettualiste", che per Péguy vanno, dunque, fatte risalire a un'epoca molto ristretta e vicina alla nostra (von Balthasar è ancora più sbrigativo, e parla semplicemente di "due secoli"), è indiscutibile che la fede sia stata investita dalle ondate ripetute di contestazioni, tradimenti e ipocriti abbandoni che hanno minacciato di sommergerla, travolgendola nei flutti. Ma per quanto "oppressa", "isolata", "continuamente flagellata dagli spruzzi e dalla tempesta", la fedeltà di una fede nonostante tutto "perseverante" sta ancora più solidamente "eretta" in un mondo che non le concede più pace. Contro la forza degli oceani scatenati, la sua umile fiducia diventa il miracolo luminoso di una tenacia che non si lascia domare. "Avanzando cristianamente nel tempo moderno", osando correre anche il rischio di perdersi per non rimanere aggrappata a un potere che non esiste più, essa ritrova "una specie di bellezza grande, unica, tragica", la "grande bellezza" di una "forte castellana", che "deve da sola difendere la fortezza per il signore, padrone e sposo".

L'epoca delle battaglie proiettate verso l'esterno, lo spirito della crociata assunta come dovere eroico per la difesa da nemici lontani, sono finiti forse per sempre. Oggi l'appello alla lotta è per la verità della vita "nelle nostre case". L'incredulità moderna ha dilatato il campo di combattimento portandolo "fino alle nostre porte": "ogni cristiano è oggi un soldato", nessuno più è "a riposo", perché "la frontiera passa dovunque". "Vi è alla lettera il servizio militare obbligatorio", un vero "arruolamento di massa". Una grande alluvione si è abbattuta, aggiunge infine Péguy, ma non è passata seminando solo macerie. Si è entrati in "statuto sociale nuovo", in una realtà storica inedita: "porzioni intere di cristianesimo sono destate in piedi ai quattro angoli della terra, vecchi ceppi germogliano, fioriscono, crescono, producono fogliame e fruttificano, dappertutto". 

Davanti a una vita che non si distrugge, commenta di suo von Balthasar, si può ripartire solo dalla testimonianza viva di Cristo, anche a costo del martirio. Non basteranno i "marchingegni" e l'accumulo delle "leggi" per puntellare un edificio che frana.



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