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LETTURE/ "Pianeta tossico", il nostro futuro si decide in Medio oriente

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Questo accade, come ben rimarca l'autore, con particolare intensità proprio in quello scacchiere geopolitico in cui, in ritardo con la storia e in "direzione ostinata e contraria", la sovranità statale sembra emergere solo oggi. Si tratta del Medio Oriente, non a caso luogo in cui gli Stati sono nati di recente, a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale, dopo anni di dominio coloniale. Quegli Stati, con frontiere "geometriche" tracciate a tavolino dalla penna delle diplomazie occidentali, ci rammentano, inesorabilmente, che non è possibile racchiudere dentro confini artificiali sensibilità politiche, civili, etniche e religiose differenti. In questo "equilibrio precario" è quanto mai condivisibile la posizione di Gianluca Ansalone quando sostiene che più che di primavere arabe bisognerebbe parlare di un vero e proprio risveglio arabo. Ecco allora che le recenti rivolte, che hanno coinvolto ad effetto domino gran parte del Mediterraneo,  possono essere lette come un tentativo di riscatto, di nahda se vogliamo, dei popoli contro i propri regimi, contro i propri despoti — riconosciuti come la fonte primaria di quell'"infelicità araba" amaramente e magistralmente descritta da Samir Kassir — ma anche contro quei confini ricavati artificialmente da territori coloniali di potenze europee che hanno lasciato in eredità governi autoritari, divisioni etniche, tribali, regionali e religiose, congelate durante la guerra fredda poiché congeniali per il confronto bipolare. 

Oggi queste "sensibilità", rimaste a lungo sopite, sono tornate con prepotenza e spesso con violenza, dando vita a un inesorabile processo di ristrutturazione della mappa del Medio Oriente che è sotto gli occhi di tutti e gli esempi che vengono riportati nel libro a sostegno di tale tesi sono quanto mai emblematici ed attuali. La Siria, Paese in cui la minoranza alawita ha regnato a lungo reprimendo la maggioranza sunnita, è impantanata in una guerra civile; La Libia, dopo 42 anni di potere indiscusso del suo "leader maximo", è divisa oggi in una miriade di tribù, due governi e il rischio di una secessione tra le due principali regioni, Cirenaica e Tripolitania; l'Iraq, dove sunniti, sciiti e curdi hanno convissuto sotto il giogo della dittatura di Saddam Hussein, è un Paese smembrato, teatro di scontri tra i boia del Califfato più altre milizie sunnite, e gruppi sciiti, in cui la debolezza delle strutture statali centrali ha contribuito a rendere la situazione totalmente fuori controllo. Infine, aggiunge chi scrive, l'esempio più "volatile" di nation building, con le sue drammatiche conseguenze, rimane il conflitto israelo-palestinese, con le sue irrisolte rivendicazioni territoriali e nazionali, con illusioni di pace e realtà di guerre e l'amara eredità di una lunga serie di conflitti e di tentativi fallimentari di dialogo. 

Dinanzi a uno scenario così delineato verrebbe da chiedersi: chi si salverà da questi rivolgimenti? A questa fondamentale domanda Gianluca Ansalone offre una chiara ed esaustiva risposta: "si salveranno soltanto quei Paesi che non sono il frutto di una costruzione artificiosa o che fanno derivare la legittimità politica da motivazioni culturali e religiose". 



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