BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

ENCICLICA LAUDATO SI'/ Senza la bellezza dell'uomo si può capire e amare il mondo?

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

«Noi stessi siamo terra» (Gen 2,7), richiama Francesco all'inizio della sua Enciclica sulla «cura della casa comune». Ma che vuol dire questo essere terra, questo nostro inevitabile essere terreni? Tale consapevolezza può significare — come per lo più si è portati a credere — che noi siamo una realtà totalmente determinata dalle dinamiche materiali ed evolutive della natura; ma può significare anche — ed è questo, credo, il rilancio di Francesco — che noi siamo dati a noi stessi e che tutta la terra può essere vissuta, compresa e finanche trasformata se viene innanzitutto accolta per quello che è, cioè una realtà donata, irriducibile rispetto alle nostre strategie di dominio. Gli esseri umani "sono" certamente natura, ma in un modo peculiare, tutto loro: essi sono natura proprio in quanto liberi di accettare o rifiutare questo loro essere, e quindi in grado di riconoscere, ma anche di disconoscere, ciò che la natura chiede loro.

Per questo mi sembra vada sottolineato che il tono di fondo di questa Lettera del Papa non è solo quello del richiamo etico a una responsabilità condivisa rispetto al nostro ambiente e alle sempre più pressanti emergenze ecologiche: o meglio, è certamente tutto questo, ma proprio in virtù di uno sguardo di conoscenza e di riconoscenza rispetto al "dato" che il mondo è per noi. Che il mondo sia, appunto, per noi, non vuol dire affatto che sia totalmente alla nostra mercé, ma al contrario che — proprio nella misura in cui noi dipendiamo da esso — esso stesso dipende dalla nostra risposta al suo darsi, dalla nostra disponibilità ad accoglierlo. E qui si radica la possibilità che esso non venga sprecato e violato, ma custodito e curato. 

Francesco lo dice attraverso l'esperienza di quell'altro Francesco, di cui non a caso ha preso il nome: con lui l'ecologia si presenta nel suo carattere «integrale», poiché — per dirla nei termini del pensiero moderno — «richiede apertura verso categorie che trascendono il linguaggio delle scienze esatte o della biologia e ci collegano con l'essenza dell'umano» (n. 11). Solo facendo esperienza di ciò che appartiene irriducibilmente all'essere umano, si potrà comprendere la bellezza del mondo, perché in definitiva si può curare e amare solo ciò che è bello; e la bellezza della natura è legata al fatto che essa ha un senso infinito, un'eccedenza, un'impronta che è più della natura stessa. Una gratuità di essere, che sta al cuore e all'origine dell'uso che noi possiamo (e dobbiamo) continuamente farne per vivere. 

Solo grazie a questo sguardo, Francesco d'Assisi «si sente chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste», riconoscendo tutte le cose come legate a sé (addirittura «sorelle»), perché tutte originate da uno stesso gesto creatore. Perciò «se noi ci accostiamo alla natura e all'ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati» (n. 11).



  PAG. SUCC. >