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LETTURE/ Il treno Merano-San Pietroburgo e i naufraghi del mondo scomparso

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Dal sito del Museo Provinciale del Turismo di Merano  Dal sito del Museo Provinciale del Turismo di Merano

Non sarà forse un caso se il celebre espresso compare in uno degli struggenti racconti di Joseph Roth: Il capostazione Fallmerayer, nel quale viene descritta la storia d'amore tra un capostazione austriaco e un'affascinante contessa russa. L'appuntamento col destino è segnato per i due amanti proprio da un incidente ferroviario sulla linea per Merano, che precede di poco (e forse prefigura?) lo scoppio della guerra, durante la quale l'ex capostazione, con la divisa di ufficiale imperial-regio, si trova sul fronte orientale. In un mondo sconvolto, Fallmerayer e la contessa Walewska resteranno uno accanto all'altra fino al ritorno del marito di lei, invalido. A quel punto, vinto e déraciné come altri eroi di Roth, il protagonista del racconto sparisce senza lasciare traccia, poiché la fuga senza fine rimane l'unico destino possibile per i naufraghi di un mondo scomparso.

Nell'estate del 1914 il viaggio da Merano verso San Pietroburgo è senza ritorno. In tutti i sensi. Pochi, ma tremendi, interminabili anni più tardi, un'Europa sprofondata in un incubo di imbarbarimento e disperazione vedrà a Versailles la sua carta politica ridisegnata in modo tale da porre le premesse per un nuovo e ancor più tragico conflitto, strettamente collegato all'affermarsi dei totalitarismi. La Russia sarà allora in balìa del bolscevismo e tutto un popolo di esuli la lascerà, inizialmente sperando in un futuro possibile ritorno, poi, col tempo, tagliandosi i ponti alle spalle. Unica speranza diviene allora quella di mettere radici a Parigi e nelle altre città dell'Occidente interessate dalla diaspora russa, mentre la Russia reale sempre più svanisce nel ricordo, quasi cessando di esistere. Come scriveva il poeta Georgij Ivanov: «Russia è felicità, Russia è luce. / O forse essa è svanita nella notte. [...] e non c'è Pietroburgo, non c'è Cremlino a Mosca: / solo campi su campi, e neve e ancora neve».

All'altro capo della strada ferrata, Merano e tutta la parte meridionale del Tirolo, in barba al tanto enfatizzato principio di autodeterminazione dei popoli, sono rimaste tagliate fuori dalla patria e si trovano ora ancorate all'Italia, dove, anche per diretta conseguenza della Grande guerra, sta per imporsi il regime fascista. La stessa vecchia Austria, d'altro canto, non esiste più — se non nel ricordo e in un tenace lascito culturale e civile: la piccola repubblica austro-tedesca ne è solo una pallida sopravvivenza e presto verrà fagocitata dalla Germania nazionalsocialista. Carlo d'Asburgo, il giovane imperatore, è in esilio e finirà prematuramente i suoi giorni su un'inospitale isola atlantica, mentre a Vienna trafficanti, profittatori, arrampicatori sociali la fanno da padroni. Come quel tale Gurtner che nel racconto Mendel dei libri, di Stefan Zweig, arricchitosi durante la carestia del 1919 facendo incetta di farina e burro, riesce a portar via il Caffè Gluck al suo vecchio proprietario. Il losco parvenu — commenta l'autore — «si era comprato anche la rozza coscienza della nuova epoca».

 Sarà forse troppo scontato, ma come non tornare, ancora una volta, alla pagina conclusiva della Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth, quando il protagonista percorre solitario le strade deserte di Vienna, avvolte da una notte spettrale: «Dove devo andare, ora, io, un Trotta?».



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