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LETTURE/ Majakovskij, così la Rivoluzione inganna (e uccide) la nostra vita

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Vladimir Majakovskij (1893-1930) (Immagine dal web)  Vladimir Majakovskij (1893-1930) (Immagine dal web)

Vladimir Majakovskij — lo dice ogni manuale — il poeta della Rivoluzione russa. È stato (i manuali sottolineano anche questo) uno che nella Rivoluzione bolscevica ci ha creduto davvero, fin dall'inizio: arrestato e carcerato dalla polizia zarista per tre volte in due anni, ci ha creduto al punto da aderire entusiasticamente ai criteri della propaganda sovietica; al punto da scrivere, nel 1925, un poemetto su Lenin. Quello che i manuali, invece, tacciono spesso, è che Majakovskij ha creduto alla Rivoluzione più della Rivoluzione stessa: ha chiesto e cercato nella Rivoluzione quello che la Rivoluzione non poteva dargli: una soddisfazione totale, una presenza di se stesso così totale da riempire una fame immensa, sproporzionata. Ricevendone poi tutto il contraccolpo di delusione e d'ombra. Attraversando con una passione quasi febbrile questa domanda, Majakovskij è stato fra gli artisti più vitali di tutto il Novecento. La sua vitalità, si può dire, è stata la forma stessa del suo destino: «Che posso farci», si chiede, «se io / con tutta, / l'intera portata del mio cuore / in questa vita, / in questo / mondo / credetti / e credo». E chiede, quasi prega: «Dammi un cuore! / E sangue – / fin nell'ultima vena». «Vastità, / me senza asilo / accogli / di nuovo nel tuo grembo! / Quale cielo adesso? / Quale stella?». 

Tutta l'opera di Majakovski, anche quella più dichiaratamente propagandistica, è costellata da queste emergenze di sincerità: domande che suonano come lampi improvvisi. Tanto più imprevedibili in quanto suonano come contraddizioni: il socialismo compierà tutto, la macchina (il grande mito del futurismo russo) renderà finalmente l'uomo completo. Eppure. Eppure queste domande scoppiano come squarci che la contraddizione del materialismo, invece che sopire, fa risorgere con una forza drammatica imprevista: «Ci sarà l'amore, non ci sarà? / E come? / Piccolo, grande? // Ma come verrà un vero grande amore in un corpo così?». E ancora, parlando della donna di cui è disperatamente innamorato: «Da sette anni queste acque mi tengono gli occhi addosso. / Quando, / quando arriverà la liberazione?». Per poi ricadere, battuto ma non sconfitto, in una mortificazione del desiderio che risuona come un dolore: «E allora di nuovo, / sconfortato e cupo, / prenderò il mio cuore, / irrorato di lacrime; / lo porterò, / come il cane / porta / nella cuccia / la zampa stritolata dal treno». Un dolore che ha in sé un presentimento, una vivacità che non si giustifica da sola: «E sento / che l'io / è poco per me. / Qualcuno da me erompe ostinato». 

Majakovskij ha presentito, vissuto, saputo e sofferto l'esperienza di un cuore vivo e di una vitalità debordante che sembra non trovare risposta; eppure spinge, spinge sempre di più, è ciò che rende implacabile la vita: «Se Marte esiste / e se lì c'è un cuore umano, / anche lui / ora / geme / per questo. (…) / Questo tema arriva, / ordina: / "Verità!". / Questo tema arriva, / comanda: / "Bellezza!" (…) / Questo tema arriva, / non si consuma mai, / dice soltanto: / "D'ora in avanti guarda me!". / E tu lo guardi, / e vai come l'alfiere / seguendo la terra d'un fuoco rosso seta. (…) / Questo tema è arrivato / nel mio quotidiano, / come una tempesta ha disperso uomini e cose. / Questo tema è arrivato, / scansando gli altri, / e solo, / è ormai vicino, non mi lascia». 



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