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EXPO 2015/ Un viaggio (tutto italiano) cominciato alle isole Antigua e Vanuatu

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Giuseppe Sala, commissario di Expo 2015 (Infophoto)  Giuseppe Sala, commissario di Expo 2015 (Infophoto)

Si badi che stiamo parlando di favori del tutto leciti e non di corruzione (che ovviamente può sempre verificarsi, ma è tutta un'altra storia): anzi, in molti casi, come si scopre leggendo il libro, la campagna per l'Expo ha rappresentato anche il pretesto per finanziare opere molto utili, soprattutto in Africa, in un momento in cui, come purtroppo sappiamo, la cooperazione internazionale è in grande difficoltà. Tuttavia ciò che alla fine fa la differenza, più che il favore in sé (che ovviamente verrà offerto anche dagli avversari), è riuscire a fare il favore "giusto", che a seconda delle circostanze e degli interlocutori può andare dai serissimi progetti appena menzionati alle tematiche ambientali, dal turismo al calcio (fondamentale per convincere i paesi caraibici) fino alle magliette autografate di Seedorf richieste dal primo ministro della minuscola isola di Kiribati (tanto piccola che con la bassa marea raddoppia le sue dimensioni) in cambio del suo sostegno a Milano. Ed è qui che entrano in gioco i Castellini Curiel: persone serie, preparate e riservate (che per fortuna il nostro paese possiede ancora, benché purtroppo in numero assai minore che in passato), a cui più che apparire interessa far bene il proprio lavoro e che si dedicano a tempo pieno alla "causa", svolgendo una minuziosa analisi delle caratteristiche di ciascun paese, in modo da mettere in grado il potente di turno (che in questo caso era principalmente l'allora sindaco di Milano Letizia Moratti) di fare la mossa giusta al momento giusto.

Naturalmente il libro è anche in parte una storia di vita, né poteva essere diversamente, dato che per l'autore l'Expo è stato la sua vita, per tutta la durata della campagna: «Per venti mesi ho visitato più di ottanta paesi, percorso circa cinquecentomila chilometri, equivalenti a sedici volte il giro del mondo. Sono atterrato con un biplano su un'isola sperduta nell'oceano Pacifico, ho passeggiato per le strade di Monrovia e cenato nell'ambasciata a Washington; ho dormito su aerei, taxi, ho fotografato tribù di indigeni e conosciuto i dittatori che le volevano eliminare. Ho trovato affabili persone sconvenienti e prevedibili i più capaci. Ho stretto la mano a capi di Stato, affaristi, sottosegretari, generali, ministri, lobbisti, imprenditori, amici di amici. Ho ascoltato relazioni, suggerito strategie, riportato voci, presentato progetti e redatto i materiali preparatori agli incontri  istituzionali, interpretato gli sguardi e i movimenti corporei in un costante refrain a caccia di dettagli rivelatori», trascurando la vita privata e la salute e ingrassando di diciassette chili, il tutto per battere la città turca di Smirne, all'inizio data da tutti per favorita e alla fine surclassata per 86 a 65.



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