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EXPO 2015/ Un viaggio (tutto italiano) cominciato alle isole Antigua e Vanuatu

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Giuseppe Sala, commissario di Expo 2015 (Infophoto)  Giuseppe Sala, commissario di Expo 2015 (Infophoto)

Non ci si aspetti però di trovare in queste pagine analisi culturali approfondite: come lo stesso autore ha avuto modo di constatare sulla propria pelle, dopo aver inizialmente sperato di poterne approfittare anche per fare un po' di turismo e conoscere il mondo, il lavoro era talmente vasto e complesso che non restava praticamente il tempo per nient'altro che preparare i dossier cercando il tasto giusto su cui battere, raggiungere il paese da convincere, dare l'imbeccata alla Moratti e poi via per il paese seguente, a volte addirittura il giorno stesso. Ciononostante, o meglio proprio per questo, il libro finisce per dare un punto di vista inedito su molti dei paesi visitati, che, pur riducendosi a pochi concetti essenziali, permette però spesso di capire cose che normalmente sfuggono anche a resoconti molto più approfonditi: dopotutto, scoprire ciò che un paese desidera di più in un dato momento storico dice qualcosa di importante su di esso, che va molto al di là della circostanza specifica che ha generato la richiesta.

Ma nel libro di Castellini Curiel si trova anche altro. Anzitutto l'importanza della società civile e delle relazioni personali, che gli hanno permesso di costituire una vera e propria «rete informale» da affiancare a quella istituzionale, rivelandosi spesso molto più efficace, perfino nell'ottenere appuntamenti con ministri e capi di Stato, sfruttando tutto quello che capitava purché fosse utile alla causa: dalle relazioni di affari a quelle di parentela, dall'inaugurazione della Scala alle partite di calcio, alla moda, all'arte e a tutte le altre eccellenze italiane.

E proprio questo è il secondo punto che stupisce, e che ha stupito per primo l'autore e i suoi collaboratori: «la quantità di attori rilevanti a livello internazionale in grado di veicolare l'eccellenza milanese» e «il fascino che l'Italia e Milano emanano sul resto del pianeta».

Infine, colpisce l'orgoglio per aver partecipato a quello che è stato, come dice il sottotitolo, non la vittoria di una parte politica o di una città, ma «un successo italiano», in cui «la macchina, al contrario delle aspettative, per una volta si è rivelata un meccanismo oliato alla perfezione, in cui ogni componente ha partecipato attivamente», senza i soliti stupidi campanilismi e le solite guerre autolesioniste tra maggioranza e opposizione.

E da tutto questo nasce spontanea una domanda: cosa sarebbe mai il nostro paese se cominciasse a volersi bene sul serio, valorizzando le sue eccellenze anziché continuare a penalizzarle con tasse e burocrazia assurde e imparando a "fare sistema" abitualmente e non solo «per una volta»? Speriamo che la lezione di Expo possa servire. Anche per questo — anzi, soprattutto per questo — merita davvero leggere questo libro.



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