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EXPO 2015/ Un viaggio (tutto italiano) cominciato alle isole Antigua e Vanuatu

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Giuseppe Sala, commissario di Expo 2015 (Infophoto)  Giuseppe Sala, commissario di Expo 2015 (Infophoto)

Adesso che l'Expo c'è e funziona, al di là delle diverse opinioni e valutazioni che si possono avere al riguardo almeno un fatto è indubitabile: che si tratta davvero di un evento enorme. E stupisce, in positivo, che l'Italia sia riuscita ad aggiudicarselo pur attraversando un momento così difficile.

Vi siete mai chiesti come si fa a ottenere l'organizzazione di una manifestazione del genere, a cui tutto il mondo aspira? E avete mai immaginato, visitando i padiglioni e percorrendo il decumano, qual è stato in tutto ciò il ruolo delle isole di Antigua e Vanuatu o quello delle magliette autografate dell'ex-calciatore del Milan Clarence Seedorf?

A queste e a molte altre domande risponde il bel libro La candidatura (Indiana, Cremona 2015), 134 pagine di piccolo formato che si leggono tutte d'un fiato in un paio d'ore al massimo, scritte (tra l'altro anche molto bene) dall'uomo che ha portato l'Expo a Milano: Gaetano Castellini Curiel.

E già il nome dell'autore ci dà, prima ancora di leggere una sola riga, un'informazione molto importante: perché alzi la mano chi aveva mai sentito parlare di lui prima d'ora. Ma è così che funziona. Perché certo anzitutto è necessario che si muovano i pezzi grossi delle istituzioni, ma poi quelli che portano davvero a casa il risultato è chi si muove dietro le quinte, sconosciuto al grande pubblico, svolgendo un lavoro tanto oscuro e ingrato quanto decisivo.

Il motivo è che, come in tutte le istituzioni di questo tipo, anche in quella che ogni cinque anni assegna l'organizzazione dell'Expo, il Bureau International des Expositions, vale il principio "un paese, un voto". È chiaro che non potrebbe essere altrimenti (chi e in base a quali criteri potrebbe infatti "pesare" i voti dei singoli paesi?), ma la conseguenza è che Antigua o Vanuatu contano come gli Stati Uniti o la Cina, anzi, addirittura di più, dato che i paesi piccoli sono la maggioranza, come hanno dimostrato in altri contesti Havelange e Blatter, che hanno costruito i loro regni pluridecennali all'interno rispettivamente del Cio e della Fifa proprio privilegiando il rapporto con essi.

Pur non essendo del tutto equo, questo sistema ha indubbiamente i suoi aspetti positivi, primo fra tutti che così le grandi manifestazioni, che altrimenti finirebbero inevitabilmente per essere monopolio pressoché esclusivo di dieci o venti paesi al massimo, girano veramente in tutto il mondo. Tuttavia ci sono anche dei problemi: anzitutto, che i paesi piccoli sono, per l'appunto, tanti e chi vuole vincere deve riuscire a ottenere l'appoggio di buona parte di essi; secondo, che mentre per ottenere il voto di un grande paese valgono soprattutto le logiche politiche tradizionali, i paesi piccoli sono molto più sensibili allo scambio di favori.



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