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ENCICLICA LAUDATO SI'/ Migranti, non saranno i muri (o l leggi) a toglierci la paura

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E andando al positivo afferma: “È necessario assumere la prospettiva dei diritti dei popoli e delle culture, e in tal modo comprendere che lo sviluppo di un gruppo sociale suppone un processo storico all’interno di un contesto culturale e richiede il costante protagonismo degli attori sociali locali a partire dalla loro propria cultura. Neppure la nozione di qualità della vita si può imporre, ma dev’essere compresa all’interno del mondo di simboli e consuetudini propri di ciascun gruppo umano”. Queste sole affermazioni sono già sufficienti per rivedere molti dei comportamenti e dei giudizi, non solo degli Stati e dei Governi, ma anche di tanti cittadini e di tanti cristiani che, al di là della generosità e dell’impegno solidaristico mostrato in questi anni (da Lampedusa a Ventimiglia) vivono in una posizione difensivistica, incapaci di comprendere e accettare fino in fondo che quanto sta accadendo può essere una possibilità, piuttosto che una iattura.

Particolarmente suggestivo è in tal senso il richiamo che il Papa fa quando parla delle comunità aborigene con le loro tradizioni culturali, per le quali “la terra non è un bene economico, ma un dono di Dio e degli antenati che in essa riposano, uno spazio sacro con il quale hanno il bisogno di interagire per alimentare la loro identità e i loro valori. Quando rimangono nei loro territori, sono quelli che meglio se ne prendono cura”.

Forse questo richiamo, anche se può apparire lontano e distante, può aiutarci a comprendere da dove oggi possiamo ripartire. Rifiutato il cristianesimo come comune origine dei popoli europei, crollate le ideologie con la loro pretesa di creare in laboratorio l’uomo nuovo, di fronte all’impossibilità di laicismo e relativismo di dare identità all’uomo europeo, guardare all’ambiente in cui viviamo, prima che il suo utilizzo indiscriminato finisca di distruggerlo, può essere utile anche per saper accettare e comprendere se chi tenta in vario modo di entrare in Europa è un fratello da accogliere o un nemico da combattere. A Torino il Papa ha detto: «L’immigrazione aumenta la competizione, ma i migranti non vanno colpevolizzati, perché essi sono vittime dell’iniquità, di questa economia che scarta e delle guerre».

A parole nessuno li ritiene colpevoli, ma nei fatti la loro presenza comincia ad incutere paura. Non ci preoccupa più vedere la sera i nostri centri storici popolati da tante etnie e da tante culture, piuttosto l’idea che i nostri figli, le nostre famiglie, i nostri luoghi di vita debbano essere seriamente e definitivamente condivisi con altri, di cui più o meno consciamente non ci fidiamo. E, quindi, cerchiamo certezza nelle regole e nelle leggi. Ma il Papa ammonisce che non saranno le “normative uniformi” a darci certezze, quanto la capacità di incontrare l’altro, questi altri, nella loro storia culturale e nella loro umanità etnica.



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COMMENTI
29/06/2015 - Molto interessante (Roberto Graziotto)

Anche letto dalla Germania l'articolo è molto interessante. Il papa e anche l'enciclica godono normalmente da noi di un'accoglienza positiva, anche se per esempio né è stata criticata l'attacco intransigente della società del liberalismo consumista. L'articolo è un servizio a comprendere il cuore dell'enciclica del papa: l'opzione preferenziale per i poveri a partire dalla riflessione ecologica sul "casa comune". È un idea geniale, quella del papa, perché usa dello strumento di un dialogo trasversale su un tema che ha un certo consenso, almeno a livello teorico, per mettere al centro della questione il problema più urgente di una nuova evangelizzazione realmente convincente: quello appunto dell'opzione preferenziale per i poveri anche come "decrescita" dei ricchi. Questo è il cuore del cristianesimo: che è discesa di Dio nel mondo e non una platonica "ascesa" ad un'idea. Grazie.