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LETTURE/ La Passione di Cristo e il compito ecumenico di cattolici e ortodossi

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Papa Francesco con Bartolomeo I (Immagine dal web)  Papa Francesco con Bartolomeo I (Immagine dal web)

Le due usanze andarono avanti in parallelo per diversi decenni, poiché ambedue potevano ricollegarsi all'antica e originaria tradizione degli apostoli (rispettivamente nella sua declinazione giovannea e petrina). Vi furono però alcune difficoltà, dovute alla presenza a Roma — città di immigrazione anche ai tempi dell'impero romano — di comunità cristiane composte da fedeli originari dell'Asia Minore, che anche in terra straniera volevano continuare a celebrare la Pasqua secondo le loro usanze: avveniva così che nella medesima città si celebrava la Pasqua in due momenti diversi e con accentuazioni liturgiche e teologiche distinte. Sappiamo che intorno al 150 il vescovo di Smirne (nell'attuale Turchia) Policarpo venne a Roma, da papa Aniceto, per un incontro su questo tema: i due non trovarono una soluzione, e ciascuna comunità mantenne le proprie usanze; tuttavia si accolsero reciprocamente nella concelebrazione e si salutarono restando in pace e nella comunione vicendevole. 

Non così — purtroppo — avvenne verso la fine dello stesso secolo, quando papa Vittore si oppose duramente a Blasto, un presbitero che voleva estendere a tutta la chiesa di Roma l'usanza cosiddetta "quartodecimana" (da "quattuordecim", che in latino significa "quattordici", ovvero il 14 di Nisan…): nell'imperversare della polemica, dopo aver consultato i vescovi di tutto l'impero e oltre, Vittore scrisse una lettera assai dura a Policrate, vescovo di Efeso, minacciando di scomunica le chiese dell'Asia Minore, se non avessero abbandonato la loro prassi in favore della Pasqua domenicale. Nella polemica intervenne a fare da paciere anche Ireneo, il famoso vescovo di Lione (poi Santo e Padre della Chiesa), che era di origine asiana, e sembra che non si giunse alla rottura della comunione con le chiese asiane, mentre a Roma, Blasto venne considerato eretico.

Un punto fermo fu posto per tutta la Chiesa al Concilio ecumenico di Nicea, celebrato nel 325. L'esigenza di una celebrazione unitaria della Pasqua era fortemente avvertita dai vescovi, e lo stesso Costantino la desiderava, dal momento che l'unione e l'unanimità erano nella sua visione un elemento essenziale per conservare la pace all'impero praticando la giusta modalità di rendere onore a Dio. Si decise così di estendere a tutta la cristianità l'uso alessandrino e romano: la Pasqua deve essere celebrata sempre di domenica, e nella prima domenica che segue la prima luna piena dopo l'equinozio di primavera. Questa decisione, che segnava di fatto la fine della celebrazione quartodecimana della Pasqua, rispecchia la tradizione in vigore fino ad oggi: alcune controversie con le chiese di Siria e Cilicia, prima, e di Irlanda, poi, furono per lo più collegate alle difficoltà di calcolo, che avevano trovato diverse soluzioni per far collimare le fasi lunari con il ciclo solare, ma non ad una opposizione "ideologica" volta a far resuscitare l'uso quartodecimano.  



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