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LETTURE/ La Passione di Cristo e il compito ecumenico di cattolici e ortodossi

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Papa Francesco con Bartolomeo I (Immagine dal web)  Papa Francesco con Bartolomeo I (Immagine dal web)

È da sottolineare un uso importante del IV secolo, quello delle cosiddette "lettere festali": i patriarchi di Alessandria, città famosa per la qualità degli studi e la pratica dell'astronomia, avevano ogni anno il compito di inviare alle altre chiese una lettera circolare nella quale annunciavano la data della Pasqua e, a partire da essa, quella delle altre feste mobili. Queste lettere venivano inviate in concomitanza con l'Epifania, e ancora oggi nell'uso di annunciare la data della Pasqua dopo il Vangelo, il 6 gennaio, possiamo sentire l'eco di questa antichissima usanza.

Ma come mai l'unanimità stabilita a Nicea, e non senza un percorso complesso e tuttavia decisamente interessante per la crescita dell'autocoscienza ecclesiale, per la celebrazione della Pasqua, a tutt'oggi non esiste più, in particolare tra la Chiesa cattolica (insieme alle Chiese della Riforma) e le Chiese ortodosse o vetero-orientali? La ragione, in questo caso, non deriva direttamente dalla comprensione teologica della Pasqua e del suo significato, ma piuttosto dalla differenza del calendario in uso. Nel 325, infatti, il calendario "ufficiale" era quello stabilito da Giulio Cesare (e detto quindi "giuliano") nel 46 a.C., che, prevedendo un mese bisestile ogni quattro anni, cercava così di armonizzare il ciclo dei giorni con quello della rivoluzione terrestre (anno "tropico"), in modo da mantenere fisse le date principali (equinozi e solstizi). Ma anche con questa correzione l'anno giuliano veniva ad essere più lungo di circa 11 minuti rispetto all'anno tropico: e così, alla fine del XVI secolo, si era accumulato un anticipo di 10 giorni, tale da far iniziare le stagioni ben prima delle date "canoniche" di solstizi ed equinozi. Fu papa Gregorio XIII, nel 1582, a riformare il calendario, sopprimendo i dieci giorni "di troppo" e stabilendo che dal 4 ottobre, per quell'anno, si passasse immediatamente al 15, così da riportare l'equinozio di primavera (essenziale per il computo della Pasqua) al giorno stabilito dal Concilio di Nicea, ovvero al 21 marzo.

Questa riforma, sulla quale ancora oggi noi occidentali ci basiamo per il nostro calendario, non venne però accettata da tutti, e trovò molte opposizioni soprattutto di carattere politico e religioso. In particolare, essa non venne accettata nei Paesi di tradizione ortodossa e vetero-orientale se non — e non in tutti i casi — nel secolo XX per quanto riguarda il calendario civile, mentre per quanto riguarda il calendario ecclesiastico e la data della Pasqua, le Chiese ortodosse e non calcedonesi ancora oggi seguono il calendario giuliano, il cui divario — che nel 1582 era di 10 giorni — si è ulteriormente ampliato, contando ormai 14 giorni. Per questo motivo, solo eccezionalmente avviene che la Pasqua cada in una data unica: quando, cioè, la combinazione tra il ciclo lunare e quello dei due calendari fa sì che unico sia il plenilunio che funge da riferimento per ambedue i calendari, giuliano e gregoriano.



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