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PAPA/ Martiri per scelta? No, per grazia

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Papa Francesco  (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

Noi cristiani di oggi, soprattutto in occidente, abbiamo bisogno di rimettere la realtà del martirio al posto che le compete nell'orizzonte della chiesa, cioè al centro. Il martirio non è un accidente, ma un'esperienza che è sempre stata presente, in varie forme, nella vita di fede, come Gesù ha esplicitamente predetto ai suoi discepoli (cfr. Gv 15,20: «se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi»; Mc 10,29-30: nel centuplo promesso a chi lo segue sono incluse le persecuzioni). Esso contiene qualcosa di essenziale per la ragionevolezza della nostra fede: noi crediamo, infatti, non per una cieca adesione, bensì fondandoci su delle testimonianze. Quella di Cristo, che è morto e risorto per noi, e poi tutte quelle di coloro che, per grazia, hanno unito la loro vita con la sua, fino all'effusione del sangue.

In questo senso, la morte di un martire cristiano non è equiparabile a nessun'altra morte che avviene nel mondo: certo, ogni vittima innocente è ugualmente nel cuore di Dio, ma il valore testimoniale della sofferenza patita in nome di Cristo è unico. I primi cristiani questo lo avevano ben chiaro, noi oggi forse molto meno.

E proprio perché si tratta di una chiamata, di un dono (tremendo) che solo Dio può fare, la coscienza cristiana ha sempre avvertito che il martirio non può essere scelto, non può essere cercato, ma solo accettato. Nel Martirio di Policarpo, un altro testo martiriale del II secolo, a un certo punto si ricorda un tale Quinto, venuto dalla Frigia, che alla vista delle belve si impaurisce e abiura. Eppure «era stato lui stesso a trascinare sé ed altri all'autodenuncia spontanea», commenta l'autore. 

Nel coraggio che il papa ci invita a venerare è compresa anche la prudente umiltà di chi sa di non disporre di nulla e non è proteso ad affermare "eroicamente" una propria supremazia morale.



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