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LETTURE/ L'islam al crocevia tra tradizione, riforma e jihad

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Terroristi dello stato islamico (Immagine dal web)  Terroristi dello stato islamico (Immagine dal web)

Come afferma Hamit Bozarslan: «Finché questi tre confini sono stati sacralizzati e dichiarati inviolabili, le comunità potevano coesistere. Ora, da 30-40 anni a questa parte, queste frontiere vengono sistematicamente violate e il processo si sta accelerando. Se già i talebani non erano "molto tolleranti" rispetto alla pluralità, oggi Isis o Boko Haram sono entrati in una logica di distruzione pura e semplice. Per loro, uccidere gli uomini e rapire le donne è una cosa che va da sé. Ibn Khaldun parlava di de-civilizzazione: ecco siamo in un processo di de-civilizzazione». 

A questo orientamento si oppone la tendenza modernista, occidentalista. Una tendenza laica propria di quelle élites che vedono la soluzione in un azzeramento della tradizione, in una lettura non letteralista del testo coranico, in una assimilazione della cultura europea moderna. Una tendenza, va detto, che, singolarmente, non trova affatto appoggio in quello stesso Occidente che, in teoria, dovrebbe sostenerla. Nel mondo arabo, infatti, come afferma Hamadi Redissi, «l'avvenimento più importante del XX secolo rimane comunque il patto della Quincy. Il 14 febbraio 1945 'Abdelaziz Ibn Sa'ûd e il presidente americano Franklin Roosevelt si incontrano sulla corazzata Quincy. Suggelleranno un patto…: petrolio in cambio di protezione militare». E' il patto che lega l'Occidente, fino ad oggi, con la dinastia dei Sa'ûd in Arabia Saudita, i protettori e promotori dell'islamismo wahhabita, l'islam puritano che è all'origine, insieme a quello egiziano dei Fratelli musulmani, di tutti i moti fondamentalisti dell'islam odierno. 

In tal modo l'Occidente, bisognoso di petrolio, si rivela il principale alleato delle correnti più illiberali dell'islam contemporaneo e, in questo modo, il principale nemico di sé stesso. Al di là di questi paradossi resta il nodo: l'islam al crocevia tra tradizione, riforma, jihad, come recita il titolo di Oasis. Un nodo che per essere sciolto, come mostra Wael Farouq in un suo illuminate saggio, richiede di porsi al di là dell'opposizione tra tradizionalisti e modernisti per tentare di delineare un ponte tra tradizione e modernità, tra cultura islamica e cultura europea. 

A tal fine non si tratta più di fare archeologia, di tornare all'islam degli inizi, ma di reinterpretare intelligentemente una storia per mostrare in essa l'essenziale ed il contingente. Un lavoro di grandi dimensioni e di importanza cruciale a cui Oasis, nei suoi dieci anni di vita, ha dato un contributo di grande rilievo intellettuale. 



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