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LETTURE/ La libertà religiosa? Non dipende dal potere, parola di Agostino

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Alessandro Magno (Immagine dal web)  Alessandro Magno (Immagine dal web)

Lo spazio politico non è spazio di libertà — tanto meno per quella "religiosa" — se non perché "fa-spazio" a questa certificabile vita d'amore nella quale la verità stessa si offre alla ragionevole verifica dell'umana coscienza di singoli soggetti, di gruppi di uomini come di intere nazioni: non un potere che s'impone ma la grazia di una verità che "si offre" lasciandosi amare. "Libertà religiosa" o è esperienza di una libertà in atto — coscientemente pubblica e viva nel presente — tra gli uomini, o il dialogo sul diritto al suo esercizio si svuota di senso, finendo per asservire, in forme nuove magari, i giochi soliti per la conquista ed il mantenimento di un potere (religioso, politico, economico…). 

La coscienza che la animerà non sarà dunque una riserva spirituale in ritirata dalla vita, bensì l'esperienza vissuta nella forma giuridica di una "città", di una vita d'amore, cioè, che esercita già il suo legittimo diritto di cittadinanza tra gli uomini: il "costo" del martirio non ne sarà pena da pagare bensì la sua attestazione compiuta (Deus conscientiae testis). D'altronde, l'inaridirsi di questa vita cosciente coincide con lo svuotamento delegittimante della soggettività giuridica delle religioni: quelle grandi o piccole, quelle d'antica tradizione e quelle — numerose — emergenti che siano. È nell'orizzonte duale del fenomeno della cittadinanza che il dialogo sulla libertà religiosa trova il suo spazio di senso, se non si vuole tornare all'antico "mercato del culto", della cui mancanza di vita cosciente le stesse intelligenze pagane hanno soffertoci partecipandoci i risvolti disumanizzanti.  

Quanto al dibattito sulla libertà religiosa, può giovare perciò, a mia sintesi e come universalizzabile augurio ed orientamento (valido non solo per cattolici della Chiesa odierna ma sottoscrivibile da qualunque soggetto impegnato in qualsivoglia esperienza religiosa), il rilievo di don Giussani dopo la sua visita in Terra Santa. Il riferimento alla Chiesa di oggi acuisce il senso di urgenza che esso ha per i cristiani, segnalando una questione fondamentale ed ultimamente legittimante per il dialogo con le grandi religioni del mondo: «Vedendo quei luoghi — osservava giudiziosamente — dove soltanto un'umanità viva, sia pure determinata così embrionalmente e seminalmente, ha potuto attecchire e avere la forza di resistere, di comunicarsi e di travolgere il mondo, risulta chiaro che nella vita della Chiesa di oggi quello che conta è la vivezza di una fede rinnovata e non un potere derivato da una storia, da una istituzione che si è affermata, o da un ordinamento intellettuale teologico. Ciò che conta è realmente che la vita incominciata in Maria e Giuseppe, in Giovanni e Andrea, sia come riaccesa nel cuore della gente e la folla sia aiutata a un incontro incidente sulla vita così come avvenne alle origini del cristianesimo (…) Quello che ci si porta via da quei luoghi è il desiderio, lo struggimento che la gente si accorga di quanto è accaduto. E invece quello che è accaduto sembra che oggi sia possibile cancellarlo così come si cancella con un piede una lettera sulla sabbia, una lettera sulla sabbia del mondo. Ma questo avviene proprio perché ciò che è accaduto è una proposta alla libertà dell'uomo e perché sia chiaro che la potenza è di Dio» (L. Giussani, Sulle tracce di Cristo).

Il dialogo sul diritto alla libertà religiosa o consegue al riaccendersi di questa vita (giuridica) — che ha a fondamento il dialogo tra quella libertà e questa potenza — come esperienza di convivenza tra uomini (città) oppure, altrimenti… di che stiamo parlando?

(4 — fine)



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