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LETTURE/ La libertà religiosa? Non dipende dal potere, parola di Agostino

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Alessandro Magno (Immagine dal web)  Alessandro Magno (Immagine dal web)

Agostino d'Ippona non è solo conterraneo del retore platonico africano ora citato, ma anche uno dei suoi massimi lettori benevolmente critici: «È avvenuto così — scrive nel suo De civitate Dei — che, sebbene numerosi e grandi popoli sussistano nel mondo con diverse religioni e costumi e si distinguano per notevole diversità di lingua, armamento e abbigliamento, tuttavia non si abbiano più di due tipi di umana convivenza. Giustamente secondo il linguaggio della sacra Scrittura potremo definirli le due città (…) Due amori dunque diedero origine a due città, alla terrena l'amor di sé fino all'indifferenza per Iddio, alla celeste l'amore a Dio fino all'indifferenza per sé. Inoltre quella si gloria in sé, questa nel Signore. Quella infatti esige la gloria dagli uomini, per questa la più grande gloria è Dio testimone della coscienza (Deus conscientiae testis)» (De civ. Dei 14). 

Qui S. Agostino risponde all'annosa questione dei culti religiosi pagani soppressi in epoca post-costantiniana ed all'accusa dei pagani nei confronti dei cristiani di essere, per questo, la causa del crollo di Roma e del suo impero (410). La risposta di Agostino comporta, per la nostra questione, un salto teoretico di notevole spessore. Non sono le religioni (come neppure i costumi, i linguaggi, le filosofie) a costituire il nodo della questione, ma l'ordine duale delle civitates come due ambiti giuridici coestensivi alla dualità dell'ordo amoris. Esso investe — contraddistinguendoli in e tra loro — popoli e nazioni, allo stesso titolo che per i singoli individui e, finanche, per le loro singole scelte ed atti nel tempo. L'istanza ciceroniana (coscienza legata alla recettività conoscitiva del vero quanto al religioso) e quella apuleiana (pertinenza della relazione personale al divino alla totalità dell'esperienza giuridica vissuta) sono entrambe assunte nell'ordine duale dell'amore come istituzione di città. Spazio di coscienza e spazio duale di cittadinanza (di-Dio-con-gli uomini e degli-uomini) sono coestensivi e coimplicati normativamente. Così lo stesso ordine cultuale viene riassorbito nello spazio vivente dei due amori: in esso corre anche la relazione storica tra i due tipi di umana convivenza (societates). Sono essi a connotare lo spazio positivo della coscienza, tant'è che «per stabilire di quali caratteristiche sia ciascun popolo, si deve tener presente ciò che essi amano», gli interessi che ciascuno di essi persegue. 

S'intende che qui l'ordo tolerantiae cede il posto all'ordo amoris nel determinare identità o differenze e nel sottrarre, a buon diritto, lo spazio della coscienza all'iniziativa manipolatrice del potere. Ne risulta che il soggetto dell'ordo amoris (nella sua disposizione sia recettiva che attiva) non è appena quello "tollerato" bensì quello del soggetto amante-amato. 

La libertà religiosa si gioca, pertanto, su questo duplice parametro normativo: la sua vita cosciente è vita d'amore ed il suo regime di pensiero è dato dal regime duale dell'ordo amoris; tale regime è genuinamente connotato come duplice regime di cittadinanza, esercitabile da singoli soggetti giuridici come da popoli e nazioni. 



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