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LETTURE/ Corpus Domini, così la storia di un popolo diventa amore a Dio

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Leonardo Da Vinci, Ultima cena (1494-98, particolare) (Immagine dal web)  Leonardo Da Vinci, Ultima cena (1494-98, particolare) (Immagine dal web)

Per misurarsi con i significati che assunse, a partire da allora, non possiamo fare altro che riprendere in mano i discorsi con cui hanno cercato di definirne i lineamenti coloro che ne sono stati gli interpreti di primo piano: predicatori, maestri di vita cristiana, autori dei testi di dottrina e di devozione religiosa diffusi tra fine medioevo e prima età moderna.

Con l'invenzione della stampa, questo patrimonio di idee e sensibilità, gradualmente modellato in tanti luoghi diversi, finì per rovesciarsi su un pubblico che cominciava a dilatarsi in modo sempre più clamoroso. È quanto consente di illuminare un piccolo libro del 1498, stampato a Venezia per raccogliere brevi testi di istruzione religiosa sui sacramenti della confessione e della comunione, rivolti in particolare alla formazione delle monache. Il volumetto è di grande importanza perché credo costituisca la prima e più antica espressione in lingua italiana di una proposta educativa sul valore del sacramento eucaristico destinata a una cerchia di lettori e lettrici non specialisti, decisamente aperta verso il basso della scala del prestigio sociale e delle competenze intellettuali. 

Qui il discorso della teologia dotta si fa catechesi per tutti: si adatta ai linguaggi e alla logica emotiva di fruitori che cercavano non l'ingegno delle parole astruse, ma il fuoco di una santità capace di dare respiro e fervore alla vita modesta di ogni giorno. Fascinosamente attraente fin dal titolo, lo metteva in bella mostra su un frontespizio decorato in forma di calice da messa, che faceva leva sulla metafora floreale del Zardin de infiniti suavissimi e redolenti fiori. E il primo testo in esordio dell'antologia devota è un trattatello, di autore anonimo, interamente dedicato al tema del Sancto sacramento, cioè del corpo de misser Iesu Christo.

L'equivalenza di termini suggerita nell'intestazione del trattato è la chiave dell'insegnamento che vi è racchiuso. Negli altri sacramenti, "non si vede il summo Idio con gli ochi corporali benché si senta per gli suoi effecti". Nell'ostia consacrata, invece, il segno visibile coincide con il mistero della presenza divina contemplata: vi vediamo "occultato sotto altra specie esso Christo Iesu in quella carne la quale lui prese della gloriosa vergine Maria e così facto come lui era suso la croce". La realtà del sommo redentore si rivela "nella propria sua substanzia", perché Cristo lasciò "se stesso in esso sacramento".

Da questa identità riconosciuta con pieno slancio di fiducia scaturisce l'alta densità emotiva del valore di "memoriale" esaltato nel modo di guardare all'eucaristia. La formula è canonicamente ufficiale, richiamata ancora oggi in ogni atto di consacrazione liturgica. Ma nelle pagine del nostro trattato quattrocentesco si riveste di una visceralità imparentata con le vivide immagini delle Pietà, dei Compianti, delle statue lignee dei crocifissi che andavano popolando, nella medesima epoca, le chiese, i calvari e i Sacri Monti di tutta l'Europa cristiana.



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