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LETTURE/ Corpus Domini, così la storia di un popolo diventa amore a Dio

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Leonardo Da Vinci, Ultima cena (1494-98, particolare) (Immagine dal web)  Leonardo Da Vinci, Ultima cena (1494-98, particolare) (Immagine dal web)

Il "suavissimo sacramento del Tuo corpo e sangue preziosissimo" diventa l'oggetto di una concentrazione sulla memoria che si vorrebbe rendere "continua", capace di estendersi a "tutte l'hore così del dì come della nocte". Si tratta di imparare a immedesimarsi nella "dolceza" e nella "divozione" di un legame spinto a diventare tanto intimo e familiare da trasformarsi in un vincolo di simbiosi affettiva, in una vera e propria identificazione che ritraduce, per analogia, il paradigma del linguaggio sponsale. L'oggetto supremo da riattualizzare è il sacrificio di Cristo sulla croce, perché è attraverso la sua passione e la sua morte cruenta che si è reso possibile il miracolo della "redempzione sua", tradotto nella continuità della sua presenza come corpo vivente in mezzo agli uomini. Tutto è in funzione del lasciarsi "tirare" ai piedi di Cristo innalzato sul suo patibolo. Bisogna andarci "correndo", come si scrive citando Iacopone. Quella è la cattedra da cui Gesù ci parla. Il suo insegnamento passa lungo i rivoli di sangue "discorrente", copiosamente versato senza riserve, che fuoriescono dalle cinque piaghe passate in rassegna una per una, meditate con anatomico realismo visionario, adottate come schema in cui si inseriscono le cinque parti che scandiscono il trattato eucaristico, introdotte ognuna da una lauda cantabile di tono appropriato. E queste laudi si potevano anche ricopiare a mano, per appenderle alle pareti della propria cella come perenne ammonimento, in cui di continuo rispecchiarsi. 

La scena centrale della "memoria" cristiana non era una raffigurazione solo mentale. Era una scena da 'animare' reimmettendovi la vita già nel "cubicolo" interiore del proprio cuore. Per l'impulso di condivisione amorosa dell'animo veramente devoto, il fatto di un passato lontano era ricreato come se l'individuo vi fosse stato implicato in prima persona. I sensi erano chiamati direttamente in causa. Si "vedeva" il corpo reale di Cristo. Si entrava dentro la catena di avvenimenti di cui egli era stato l'attore principale, li si riproduceva calandosi nei suoi stessi passi, piegandosi nel gesto della compassione, dentro l'istantaneità di un qui ed ora che cancellava le barriere di tempo e di spazio. Come era stato consentito a Tommaso, la carne piagata di Cristo si poteva di nuovo "toccare". Si entrava in dialogo con lui. Si piangeva davanti a lui lasciando fluire abbondanti le lacrime, trasformando la preghiera in una implorazione che poteva diventare grido, richiesta di soccorso, ricerca della vicinanza più totale. L'amore inseguito come era stato profetizzato dal Cantico dei cantici arrivava persino a smuovere il corpo dell'immagine divina "rappresentata" come se fosse stata materialmente "presente", attiva al pari di un corpo umano in piena regola: in un punto l'autore arriva persino a concepire che un braccio di Cristo si stacchi dalla croce e si abbassi a cingere di paterne carezze il fedele cristiano che gli sta di fronte adorante. 



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