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LETTURE/ Corpus Domini, così la storia di un popolo diventa amore a Dio

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Leonardo Da Vinci, Ultima cena (1494-98, particolare) (Immagine dal web)  Leonardo Da Vinci, Ultima cena (1494-98, particolare) (Immagine dal web)

CORPUS DOMINI. C'è stato un tempo in cui la società tutta intera cementava il senso della sua unità stringendosi intorno al corpo vivo di Cristo, reso presente e incontrabile nel sacramento fra tutti "santissimo" che è l'eucaristia. Gli egoismi e gli interessi antagonisti portavano a dividersi, contrapponendosi gli uni agli altri. Ma la coesione delle membra molteplici tornava a saldarsi nella comune adesione al segno fisico della salvezza offerta all'uomo per aiutarlo ad attraversare tutte le ombre, il male e le fatiche della vita.

Unico era il nutrimento più sacro: tale pure il destino che ne discendeva nelle vicende concrete della storia di un popolo. Questo convergere nella solidarietà del medesimo cibo più che materialmente terrestre trovava il suo culmine nella festa del Corpus Domini, dieci giorni dopo la Pentecoste, all'indomani della chiusura del grande ciclo pasquale. E il vertice della festa era la processione che mobilitava la comunità urbana fino alle sue più minute ramificazioni interne. Nella scia dell'ostia portata in trionfo dai sacerdoti lussuosamente addobbati, il corteo religioso era il gesto corale a cui in pratica nessuno pensava di potersi sottrarre.

La città come tale si metteva in mostra facendo camminare insieme lungo le strade trasformate nel teatro sontuoso di un giardino fiorito: nello scenario del rito, squadernava davanti a sé stessa la coscienza degli ideali più alti a cui legava la sua pur sempre precaria esistenza. La processione era un tripudio gioioso spinto al massimo grado compatibile con la pretesa di verità della fede proclamata: musica continua, luci, colori, stendardi e croci innalzati, masse di uomini in movimento, una preghiera coinvolgente, dagli accenti solenni, sempre sopra le righe, robusta e potente come il sole dell'estate che cominciava a scaldare i quartieri della città e le campagne brulicanti di contadini indaffarati nel loro penoso lavoro. L'intensità delle cerimonie si scioglieva poi nel folklore dei banchetti e delle bevute auguranti, nella convivialità esuberante, nei giochi e negli spettacoli di contorno, nelle rappresentazioni a sfondo più o meno edificante che invadevano le piazze. Era stato così nelle terre tedesche dell'ultimo Medioevo, prima che le investisse l'ondata rigorista della Riforma protestante. Così continuò a essere, fino al Seicento e ancora oltre, nell'Italia del papismo cattolico tanto quanto nella Spagna allenata a gustare gli autos sacramentales portati a perfezione da Calderón de la Barca.

Da allora, le cose sono enormemente cambiate. Ma spesso ci dimentichiamo che anche questa florida tradizione collettiva edificata sopra il fondamento del sacramento eucaristico, oggi quasi dovunque evaporata e in larga parte dissolta, è stata a sua volta il frutto di un processo di sviluppo che si è disegnato nel tempo. Se ne possono certamente registrare una nascita antica e una lenta incubazione. Ma questa forma essenziale di pietà è arrivata a piena maturazione, con tutta la sua architettura di simboli e di richiami, solo nel corso del XIII secolo, quando presero a moltiplicarsi i miracoli eucaristici e nel calendario liturgico fu introdotta, a livello universale con papa Urbano IV, nel 1264, la festa solenne del Santissimo Corpo di Cristo. 



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