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IL GATTOPARDO/ Don Fabrizio, le stelle non salvano l'uomo

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Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957) (Immagine dal web)  Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957) (Immagine dal web)

Sarà il nipote Tancredi, amato più di un figlio, a cogliere i segni dei tempi, schierandosi con le camicie rosse e pronunciando la battuta più celebre di tutto il romanzo, vero e proprio inno al trasformismo: "Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Il principe capirà che "molte cose sarebbero avvenute, ma tutto sarebbe stato una commedia, una rumorosa, romantica commedia con qualche macchia di sangue sulla veste buffonesca. Questo era il paese degli accomodamenti". Alla generazione dei Gattopardi si sostituirà quella degli "sciacalletti" e delle "iene". "E dopo sarà diverso, ma peggiore".

L'ironia e la leggerezza rendono il personaggio di Tancredi tra i più affascinanti della narrativa italiana moderna. Nobile decaduto economicamente, dapprima sembra attratto dalla cugina Concetta, figlia di don Fabrizio, ma poi è travolto dalla grazia sensuale di Angelica, figlia di Calogero Sedàra, sindaco del paese, emblematico rappresentante della nuova classe borghese, arrivista senza scrupoli, ma scaltro e dotato di un ricchissimo patrimonio, utile a rimpinguare l'esangue aristocrazia locale. Per consolare l'affranta cugina, Tancredi le presenterà l'amico ufficiale Cavriaghi, scialbo giovanetto autore di un timido corteggiamento: porgerà a Concetta le poesie di Aleardi, ma il rapporto non andrà a buon fine. E come poteva andare diversamente? — noterà Angelica: sposare Cavriaghi dopo essere stata innamorata di Tancredi "sarebbe stato come bere dell'acqua dopo aver gustato il Marsala". 

Ma è il principe a giganteggiare nel romanzo. Dall'alto della sua "inespugnabile cortesia", vede il suo mondo franare. Ligio, pur ironicamente, ai suoi doveri familiari e sociali, volge tuttavia il suo sguardo altrove: alle stelle, preferibilmente, "felicemente incomprensibili", "le intangibili, le irraggiungibili, quelle che donano gioia senza poter nulla pretendere in cambio, quelle che non barattano", guardate dal suo osservatorio di astronomo dilettante (nel senso etimologico del termine); al paesaggio siciliano che, pur nelle sue violente contraddizioni, si presenta nella sua inquieta fascinazione. "Sotto il lievito del forte sole ogni cosa sembrava priva di peso: il mare, sullo sfondo, era una macchia di puro colore, le montagne che la notte erano apparse temibili, piene di agguati, sembravano ammassi di vapore sul punto di dissolversi". Poi ancora volge il suo interesse alla caccia, o meglio ai preparativi per la caccia, assaporati nei minimi dettagli. Il piacere stava lì, nella rasatura nella camera ancora buia, nell'attraversare i saloni addormentati, nel percorrere il giardino immoto sotto la luce grigia nel quale gli uccelli più mattinieri si strizzavano per far saltare via la rugiada dalle penne, "nel fuggire, insomma". Poi, sulla strada "innocentissima ai primi albori", incontrava l'amico, sorridente tra i baffi ingialliti mentre sacramentava affettuosamente contro i cani e questi, nell'attesa, fremevano i muscoli sotto il velluto del pelo. E, in alto, "Venere brillava, chicco d'uva sbucciato, trasparente e umido". Ancora, si svoltava lungo un pendio "e ci si trovava nell'immemorabile silenzio della Sicilia pastorale. Si era subito lontani da tutto, nello spazio e ancor più nel tempo". 



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