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IL GATTOPARDO/ Don Fabrizio, le stelle non salvano l'uomo

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Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957) (Immagine dal web)  Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957) (Immagine dal web)

Ma a vincerlo è soprattutto il fascino della bellezza femminile, incarnato qui dalla pura grazia di Angelica. Al suo apparire, lascia gli astanti senza fiato; poi, come il personaggio ariostesco, la ragazza si fa inseguire da Tancredi nelle stanze, innumerevoli, del palazzo — dato che, a parere del Principe, "un palazzo di cui si conoscessero tutte le stanze non era degno di essere abitato" — e i due innamorati "godevano nell'inseguirsi, nel perdersi, nel ritrovarsi". Furono quelli i giorni più belli della loro vita, quando il desiderio si era "sublimato in rinunzia, cioè in vero amore".

Il pathos della bellezza e della nostalgia raggiunge il suo apice nella famosa scena del ballo nel Palazzo Ponteleone. A don Fabrizio niente appare più patetico dello spettacolo della gioventù e della bellezza trionfanti di Tancredi e Angelica, dei loro corpi abbracciati, destinati a morire. E' la pietas dell'autore che gli detta le pagine più alte del libro, alla vista di "questi effimeri esseri che cercavano di godere dell'esiguo raggio di luce accordato loro tra due tenebre". E allora "come era possibile infierire contro chi, se ne è sicuri, dovrà morire?". I ballerini sembrano spettri, sospesi in un barocco ballo di morte, ma tutti appaiono "miserevoli, insalvabili e cari", per lo sguardo commosso del principe. Egli si accosterà, allora, trasognato, nella biblioteca, a contemplare la "Morte del Giusto" di Greuze. Lì sarà sorpreso dal nipote, ancora una volta acutissimo, che lo interpella: "Zione, corteggi la morte?". 

La scena costituisce una prefigurazione della fine del protagonista, descritta nel capitolo successivo, ambientato oltre vent'anni dopo, nel 1883. La perdita della vitalità, annunciata dalle strategie della fuga e della rinunzia, come quella dell'elegante rifiuto rivolto al delegato piemontese Chevalley, giunto a Palermo per proporgli la nomina a senatore del Regno, trova qui il suo compimento. La morte lo coglie sul balcone dell'albergo Trinacria, quando "sotto l'altissima luce Don Fabrizio non udiva altro suono che quello interiore della vita che erompeva via da lui". Sono pagine altissime che fanno ricordare tante altre grandi scene di congedo: quelle verghiane della morte di Mastro don Gesualdo, le tolstojane della morte di Ivàn Ilìc, della Yourcenar delle Memorie di Adriano e, forse più di tutte, le ultime ore di Aschenbach nella Morte a Venezia di Thomas Mann. 

Nel naufragio imminente, il principe riconosce la fine di "queste povere cose care" e nel bilancio di una vita di settantenne restano "alcune pagliuzze d'oro" in un mucchio di cenere; tra queste, alcune settimane prima e dopo il matrimonio, la nascita del primo figlio, alcune ore passate nell'osservatorio "nell'inseguimento dell'irraggiungibile" e ancora la comprensione preziosa e ironica di Tancredi, i cani, la caccia, le risate con l'amico, qualche lampo di soddisfazione, quando "aveva dato risposte taglienti agli sciocchi". 



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