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IL GATTOPARDO/ Don Fabrizio, le stelle non salvano l'uomo

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Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957) (Immagine dal web)  Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957) (Immagine dal web)

Nell'estate del 1955, un aristocratico siciliano, raffinato e coltissimo, fino a quel momento sconosciuto al panorama letterario italiano, riprendeva la stesura di un romanzo — di cui aveva scritto un capitolo sul finire dell'anno precedente — ambientato in Sicilia all'epoca dello sbarco dei Mille: contemporaneamente, sentiva la necessità di tornare con la memoria ai luoghi della sua fanciullezza. Il libro di memorie si chiamerà I luoghi della mia prima infanzia; il romanzo, celeberrimo, Il Gattopardo

L'autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, tentò invano di farlo pubblicare: ricevette due rifiuti dagli editori, l'ultimo da Vittorini, pochi giorni prima della morte, nel luglio del '57. L'anno successivo, per interessamento di un lettore simpatetico come Giorgio Bassani, lo scrittore che di lì a poco avrebbe accompagnato i suoi lettori lungo i viali della memoria e dell'elegia del Giardino dei Finzi Contini, il romanzo uscì da Feltrinelli, la casa editrice sorta da pochi anni e già nota per la pubblicazione di un altro caso letterario, Il dottor Zivago di Boris Pasternak. Fu un successo immediato e clamoroso, anche internazionale, favorito successivamente dalla versione cinematografica di Visconti del '63. Oggi Il Gattopardo ci appare un libro bellissimo, dal fascino inalterato e, insieme a Il giardino dei Finzi Contini di Bassani e a Una questione privata di Fenoglio, il romanzo italiano più importante della seconda metà del Novecento, capace di fondere alta qualità letteraria e piacevolezza narrativa.

Più che un romanzo storico, Il Gattopardo è un romanzo esistenziale, poiché tutti i fatti vengono riflessi nella coscienza del protagonista; l'accezione "storico" può essere semmai intesa al modo di Marguerite Yourcenar, per la quale un romanzo storico può soltanto essere nel Novecento "immerso in un tempo ritrovato, presa di possesso di un mondo interiore". In questo senso, il Gattopardo è più vicino a Proust e a Thomas Mann che a Verga e a De Roberto, quindi più novecentesco di quanto sia apparso a qualche lettore. Del resto fu lo stesso Tomasi a chiarire la sua concezione, in una lettera all'amico Lajolo del gennaio '57 e riportata nella documentatissima biografia di Andrea Vitello: "non vorrei però che tu credessi che è un romanzo storico!". Ed ancora: Il Gattopardo "è l'aristocrazia vista dal di dentro senza compiacimenti ma anche senza le intenzioni libellistiche di De Roberto".

La memoria e la storia si intrecciano nel romanzo nel modo più suggestivo. L'inizio è lento e solenne: "la recita quotidiana del Rosario era finita", scandito con una cadenza che fa pensare all'inizio del Dottor Zivago di Pasternak, uscito l'anno precedente. Il protagonista del libro è il principe Fabrizio Salina, di cui è vano discettare su derivazioni autobiografiche. Sulle antiche abitudini signorili, intatte da secoli, piomba la violenza della storia: lo sbarco dei garibaldini, a cui il principe assiste più con disincanto che con rabbia, la Sicilia essendo la terra "dei cento sbarchi, da Nicia in poi". 



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