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LETTURE/ Luzi, quando le parole sono un evento di grazia

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La parola poetica in Luzi come in Heidegger? (Immagine dal web)  La parola poetica in Luzi come in Heidegger? (Immagine dal web)

L'ermetismo di Luzi è ermetismo non di maniera, non è chiusura, parola difensiva, soggettiva sia pure eticamente tale. Come in Ungaretti, la sua vocazione è all'aperto, al mondo e oltre. Il suo Ermes, il suo Daimon, non è l'anima reclusa, ma un viaggio vero. Il mistero così non è fumisteria, non è gorgo irrazionale mai. Il mistero al contrario è là dove ci chiama il chiaro, il semplice: "è questa l'opera/ che si compie ciascuno e tutti insieme/ i vivi i morti, penetrare il mondo opaco lungo vie chiare e cunicoli/ fitti d'incontri effimeri e di perdite/ o d'amore in amore o in uno solo/ di padre in figlio fino a che sia limpido". 

Mistero è il limpido. Mentre è tanto complicato arrivarci. Quanto "progresso spirituale" si richiede: "quante false immagini di sé un uomo si porta dietro […] quante parti s'impone di sostenere che invece non gli sono state assegnate! Un lavoro enorme lo attende per ritrovare il suo gesto, la sua voce". E qui tocchiamo davvero il punto focale di una presenza letteraria che dovrebbe valere come un segna-via del nostro tempo. Luzi aveva lucidamente compreso che la mentalità ego-centrica dell'umanesimo aveva condotto allo iato tra io e mondo, al punto da sottrarre alla parola il terreno ontologico. Il tempo è così divenuto, a  partire da lì, fuga in avanti, un dileguare. Il tempo deietto non poteva che portare ad una poesia della deiezione, a una visione del mondo della deiezione, con tutte le conseguenze di declino che Heidegger ha riassunto, nel suo linguaggio filosofico, con il temine di Occidente o meglio di destino dell'Occidente. Luzi, nei suoi scritti saggistici ha denunciato, con pacatezza e sicurezza, questa situazione, indicando come la nostra letteratura (da Petrarca in poi) sia affetta da un malinconico senso di assenza, e perdita ("fisso orfismo"). Uscire da questa situazione di soggettivismo (di cui il demonismo anche romantico e post-romantico è conseguente, pur potendo apparire una correttivo dello iato moderno) è fondamentale per recuperare un'idea dell'essere, e della parola creaturale, liberandola della riduzione a puro segno, come invece vorrebbe la moderna, appunto moderna, linguistica. 

Il linguaggio è logos ontologico per Luzi, parola creatrice, come dice il vangelo giovanneo. La parola umana, e tanto più poetica, ha una matrice nel logos quale principio di in-formazione del mondo, di organizzazione del mondo, come se nel mondo agisse una lotta, come se nel suo "magma" un fine si facesse strada. La parola poetica, il suo respiro, deve farsi consapevole di una svolta necessaria (qui la concordia con Celan e Heidegger): per immergere la parola nella parola dell'essere, nella metrica geo-metrica della terra. Solo così si potrà uscire dalla crisi del moderno e da una lingua sorda al mondo, alla sua ri-sonanza. 



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