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GUARESCHI/ Vittadini: Giobà, don Camillo e "il Cristo della mia coscienza"

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Don Camillo e Peppone nella versione cinematografica (Immagine dal web)  Don Camillo e Peppone nella versione cinematografica (Immagine dal web)

Guareschi è stato conosciuto in tutto il mondo grazie ai film, che sono belli, ma come lo stesso Guareschi sottolineava con i suoi continui scontri con produttori e registi, non rendevano il suo mondo, perché erano film in bianco e nero. Non nel senso che mancava il colore, ma sono incentrati su estreme semplificazioni, su contrasti netti tra bene e male, su macchiette. Guareschi invece è un autore caravaggesco perché ogni personaggio, come in Caravaggio, è luci e ombre insieme, bene e male, grandezza e miseria. Nei racconti prevalgono le sfumature e mai superficialità banali. Infatti non si è mai finito di coglierli. Si può usare una frase di Tomas Mann: "insondabile è il mistero dell'uomo", insondabile è il mistero che nella vita quotidiana appare nei personaggi che descrive. E' il contrario del caricaturale, del superficiale, del macchiettistico, perché descrive il profondo, quello che si annida sotto le maschere di cui i suoi personaggi, come noi, cercano di rivestirsi, quasi impauriti che qualcuno possa vedere la loro ferita profonda.

 

Per lei Giovannino Guareschi era non solo moderno, ossia uno scrittore del 2015, ma addirittura proiettato nel futuro. A quasi cinquant'anni dalla sua morte, come può il papà di Peppone e don Camillo essere definito addirittura futuribile?

Perché il valore dell'esperienza è qualcosa che abbiamo appena iniziato a scoprire. Guareschi scrive negli anni Cinquanta, quando sembra che la modernità della Chiesa sia il progressismo contrapposto al conservatorismo. Due schemi, due manierismi, due rigidità, due forme che prescindono dall'uomo. Guareschi invece parla dell'esperienza personale, la stessa di cui parlava don Luigi Giussani fin dagli anni Cinquanta, cioè della capacità di ogni coscienza personale di cogliere la verità nella realtà. In altre parole, la corrispondenza tra il proprio bisogno e qualcosa che si vede, in un ambiente, in una persona o in un popolo, persino in un oggetto o in un animale. Ma soprattutto in un Cristo che ti parla da un crocifisso apparentemente inerme; oppure dal profondo di ciò che capita, di ciò che si incontra, perché costituisce la natura di quella realtà misteriosa e affascinante in cui si vive. E' qualcosa ancora tutto da scoprire, perché siamo appena usciti dal mondo delle ideologie. L'ideologia finanziaria, l'ideologia politica, quella delle verità cadute dall'alto che prescindono dall'uomo e che insinuano che tutto sia relativo, contingente, senza un valore oggettivo. L'esperienza che ci racconta Guareschi è ciò che rende possibile a uomini comuni, apparentemente insignificanti, di essere felici, di vivere in pienezza la propria umanità, di vivere di cose piccole, senza aver bisogno di potenti che lo validino o lo permettano. E' la rivincita dell'uomo che riscopre che la realtà è affascinante, piena di promessa e di mistero e che nessuno può alienarci, se non noi. Per questo Guareschi, come d'altro canto anche Jannacci, non solo ha anticipato il suo tempo, ma si può addirittura definire post-moderno, perché ha intuito che questo è il modo di camminare in un mondo in cui tutto è da riconquistare sul piano personale. Questa è la sfida dell'uomo post-moderno, lontano sia dal dubbio sistematico che dalle certezze, anche religiose, a-prioristiche, imposte dall'alto e che non siano passate dalla conquista della sua libertà.

 

Per concludere, fra gli scritti di Guareschi, qual è il preferito di Giorgio Vittadini?



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