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LETTURE/ Con Dio o contro Dio? Steiner e la lotta della creazione

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George Steiner (Immagine dal web)  George Steiner (Immagine dal web)

È il libro Vere presenze (1989, in italiano 1999), il luogo in cui questa accusa è condotta in modo più circostanziato. Nelle sue pagine, Steiner immagina una «città del primario», una civiltà ideale in cui sia bandita la letteratura secondaria, cioè la letteratura di commento e interpretazione ai testi. Una civiltà, quindi, in cui l'unica mediazione tra un oggetto e il suo interprete sia la loro naturale alterità.

Un testo, infatti, come una persona, è al tempo stesso un medium e un'alterità ultimamente irriducibile. E se il mantenimento di questa alterità è essenziale al nostro rapporto con il testo, la proliferazione del secondario asseconda invece l'illusione di poterlo sezionare analiticamente fino ad assimilarlo. Fino ad eliminare, cioè, quell'alterità necessaria tanto all'esistenza del testo, quanto alla nostra.

La nostra esistenza, certo: perché la percezione delle parole riguarda la percezione della realtà e lo scarto tra la mia percezione del significato e la percezione di qualcun altro è proprio ciò che garantisce l'esistenza dell'oggetto cui ci riferiamo. Se infatti, scrive ancora Eliot in Conoscenza ed esperienza nella filosofia di F.H. Bradley (1964, ma scritta tra il 1911 e il 1914) il mondo fosse fatto di esperienze solitarie reciprocamente inconoscibili e intrasmissibili, come faremmo, quando parliamo, ad accorgerci che stiamo parlando della stessa cosa? Se io, quando dico Coca Cola, penso a una bibita dolciastra e troppo gassata, mentre tu pensi alla bevanda più vicina all'ambrosia, che cosa — se non l'esistenza reale dell'oggetto e la permeabilità del mio mondo con il tuo — ci garantisce che stiamo parlando della stessa cosa? Che cos'altro ci garantisce, in ultimo, che il mondo c'è e che viviamo nello stesso mondo?

È la perdita di questa precedenza dell'oggetto rispetto alla parola che lo nomina, ciò che Steiner imputa alla nostra epoca, con la conseguenza deleteria di farci parlare di e attraverso parole secondarie e perciò vuote, prive ormai di referenza. Ma benché la sua analisi sia stringente, egli stesso — nelle stesse pagine in cui la contesta — apre involontariamente la strada alla secondarietà, quando parla della creazione artistica come di una «contro-creazione (Vere presenze, p. 194)». Identificando l'atto artistico come un atto di opposizione all'essere, Steiner condanna in fondo l'arte a farsi emendazione di una ferita, e non — come originariamente è — lode gratuita e innecessaria dell'esistente, e perciò piuttosto generatrice di una ferita: «Il battito della motivazione che ricollega la generazione di forme significanti al primo atto di creazione […] non è una mimetica in un qualsiasi senso neutro o docile. È di un antagonismo radicale. È una rivalità (ibidem)»

Questa posizione di rivalità con l'essere, l'idea della creazione umana come contro-creazione, sconta il debito di una concezione prometeica dell'uomo. Una concezione che — al di là e nonostante le intenzioni di Steiner — pone l'uomo e la sua natura religiosa in una condizione originaria di antagonismo con l'essere, anziché di venerante adorazione. 



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