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LETTURE/ Prudenza e realismo: il "metodo" Andreotti nell'Italia 1947-54

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Giulio Andreotti (1919-2013) (Infophoto)  Giulio Andreotti (1919-2013) (Infophoto)

Da sempre, la figura di Andreotti è stata una delle più dibattute e controverse nella storia del nostro paese. E' stato, in effetti, il politico più longevo dell'Italia repubblicana, probabilmente amato più dal popolo che dalle élites, ascoltatissimo in Vaticano, ambizioso e prudente, umile e aperto al dialogo: è naturale che su un simile personaggio si sia detto e scritto di tutto. Ammiratori o detrattori, a seconda delle occasioni, lo hanno osannato o condannato non sempre con la necessaria serenità e seguendo criteri logici solo a tratti condivisibili.

Non è il caso del libro che presentiamo, scritto a due mani da Paolo Gheda e Federico Robbe, il quale — frutto di un lavoro archivistico minuzioso e certosino, che ha incrociato fonti "romane" a documentazione locale — ricostruisce i fatti col rigore scientifico dello storico, senza cadere in diatribe sterili fagocitate spesso da pregiudizi perniciosi. Scopo del volume è approfondire un tassello dell'inizio della carriera politica del "giovane Andreotti", al momento del primo incarico di peso della sua lunga carriera politica, cioè quello di sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, tra il giugno del 1947 e il gennaio 1954. Fu un momento cruciale e carico di responsabilità per il ventottenne Andreotti, che si trovò a gestire, tra le altre cose, il rapporto tra Roma e le aree di frontiera in un'Italia disagiata e attraversata da fratture linguistiche, etniche e culturali che la ferocia della guerra aveva drammaticamente acuito. Alla base del lavoro c'è proprio la domanda, articolata in altri interrogativi ad essa legati: quale fu il rapporto tra Andreotti, il politico «romano» per eccellenza tanto dal punto di vista geografico quanto da quello istituzionale, con l'Italia di confine nel periodo 1947-1954? 

Si tratta, nel complesso, di una tematica nuova e originale, spesso soltanto evocata dagli studi precedenti. Scandagliare, come fanno gli autori, l'attività del giovane politico romano contribuisce indubbiamente a far luce sul personaggio e sull'uomo stesso "Andreotti", in una fase in cui il suo mito era ancora ben lungi dal modellarsi. Una prima grande utilità del volume è proprio questa: restituirci l'uomo, con le sue idee e i suoi principi, ma anche con i suoi limiti e le sue debolezze. 

Così, se veniamo a scoprire che la propaganda di italianità fu uno dei pilastri dell'attività andreottiana nelle aree di frontiera, senza per questo mai scadere nella retorica nazionalista, fermo com'era ad un principio di pragmatismo scevro da qualsivoglia ideologia, ci sorprendiamo forse un po' nel sapere anche che, il 30 maggio 1947, quando venne a conoscenza della nomina, annotava con malcelata inquietudine sul suo diario: "Sarò capace? De Gasperi mi dice che mons. Montini ne è molto contento. Torno a casa turbatissimo" (p. 266).



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