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LETTURE/ Il peccato originale, lo smartphone e la Grazia che manca

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La nostra finitezza consiste nell'essere assegnati a quell'apparato di documentazione e di registrazione attraverso cui siamo tracciati e permanentemente rintracciabili nei nostri profili individuali, come nei nostri luoghi, nei nostri tempi, nelle nostre intenzioni.

Di questa struttura micro-fisica della società, come un dispositivo anonimo da cui tutti saremmo inevitabilmente gestiti, nelle nostre menti come nei nostri corpi, si parla da diverso tempo nella critica filosofica militante che si rifà alla "biopolitica" e al nesso strettissimo tra il sapere tecno-economico e il potere sociale (da Michel Foucault a Giorgio Agamben a Roberto Esposito); ma Ferraris vuole portare in un'altra direzione la sua riflessione, sia riguardo all'origine che alle prospettive future di questo fenomeno.

In linea con il "nuovo realismo" proposto nei suoi precedenti saggi, e che vuole distanziarsi sia dalla linea costruttivista (tutto è comprensibile attraverso interpretazioni socio-culturali) sia da quella decostruttiva (si può venire a capo di un senso solo smontando a pezzi il dispositivo del potere), l'origine di questa dipendenza viene intesa da Ferraris come la realtà di un potere assoluto dal quale noi deriviamo e a cui apparteniamo, e che resta come un grumo di realtà irriducibile e ineludibile. 

Non a caso Ferraris sostiene che forse più di tutti è stata la dottrina cattolica del "peccato originale" ad avvertire questo fondo abissale di realtà (sino a definire, non senza una civetteria trasgressiva, l'opera di un pensatore controriformista come Joseph de Maistre più rilevante riguardo alle «conseguenze sociali del peccato originale» rispetto al Capitale di Marx). Ma per usare qui il termine di "peccato originale" lo si deve enucleare nella sua assolutezza, senza riferirsi alla grazia o alla salvezza, vale a dire facendo a meno di quel rapporto con il Padre dalla cui rottura è nata la stessa idea cristiana del peccato d'origine. 

E di qui parte anche una proposta per le prospettive aperte a questa realtà della dipendenza assoluta, che Ferraris ci tiene a non intendere come una mera "alienazione" (ancora sulla scia di Foucault & C.), ma addirittura come possibilità di emancipazione, di liberazione, di appropriazione. Ma a chi mai sarà possibile questo? E come? Per restare nel tema: cosa prenderà il posto e la funzione secolarizzata della grazia? La risposta di Ferraris è che questa è l'opera e l'impegno liberatorio della cultura, la quale proprio assumendo le in(de)finite possibilità messe a disposizione dal web per un numero sempre più ampio di persone — cioè proprio assumendo il potere assoluto come chance e non come mera soggezione — può immaginare una trasformazione e una strategia per allontanare la morte, vale a dire la mancanza del senso dell'esistere.



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