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LA STORIA/ "Io, prete, 39 volte sul Cervino. E con Wojtyla…"

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Il Cervino (foto Jek Heidelzon, summitpost.org)  Il Cervino (foto Jek Heidelzon, summitpost.org)

Nel 1961, in occasione del centenario dell'Unità d'Italia, dicemmo messa in vetta. Giovanni Paolo II ci disse che l'avevamo fatto nella più bella cattedrale del mondo. L'ultima volta è stato a 69 anni. Quando ero viceparroco in cattedrale ad Aosta avevo il lunedì libero e tante volte partivo la domenica sera con la moto, arrivavo a Cervinia, a piedi andavo a dormire all'Oriondé, per poi alle 2 del mattino salire in vetta. Alle 20,15 tornavo ad Aosta per il Rosario. Ma avevo 25 anni.

Ma è una tradizione di famiglia?
La mia famiglia possedeva l'alpeggio più alto, dove ora c'è il rifugio Oriondé-Duca degli Abruzzi, per cui è consuetudine che chi ha la proprietà più alta, possegga la vetta. Da lì mio nonno e due zii, nel 1865, partirono una settimana dopo Carrel (il primo scalatore arrivato in vetta dalla via italiana) e percorrendo tutta la parte italiana arrivarono in cima.

E la cima?
In cima c'è una croce. Nelle giornate belle si vede il Monviso, tutto il gruppo del Rosa, le Alpi svizzere e quelle francesi. Al mattino l'aurora e meravigliosa: una cosa indescrivibile.

Cosa si impara lassù?
In montagna si impara ad essere attenti agli altri e tutti sono uguali. Si condivide tutto, è una grande scuola. C'è anche la sfida, soprattutto quando si è giovani. Superare te stesso, vincere l'ostacolo. La prima volta tornando indietro mi voltavo, lo guardavo e dicevo "ti ho vinto".

C'è anche la paura di morire?
Si può morire dovunque, per strada basta una macchina. In montagna non bisogna però mai fare imprudenze. Ricordo una volta, eravamo arrivati davanti al "lenzuolo" (una lastra di ghiaccio coperta di neve, molto ripida, ndr) e la notte aveva nevicato, per cui il ghiaccio era ricoperto di due centimetri di neve fresca. Dissi a due tedeschi di passare più in alto attaccati alla roccia, ma mi risposero di non impicciarmi. Dopo dieci metri uno scivolò e tirò giù l'altro. Uno volo di 800 metri. Un'altra volta in prossimità della "Capanna" incontriamo 3 italiani; due ci dicono di aver sofferto tanto freddo, mentre pensavano che l'altro dormisse e non avesse problemi. Era morto congelato. Non si può dormire fuori a quelle altezze.

Ha fatto la guida?
Sì, anche per raccogliere qualche soldo; per tutta l'estate si mangiava polenta e latte, la carne era un cibo raro. Catturavamo le marmotte. Ho portato su tante persone e alcuni non hanno il senso del limite. Una volta guidavo uno che soffriva di vertigini e non lo voleva riconoscere. L'ho legato bene e in un passaggio ripido è caduto per qualche metro. Si è convinto e siamo tornati indietro.

Una volta scalare era un'impresa? 



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COMMENTI
14/07/2015 - Grande don Luigi! (Luigi PATRINI)

Grande don Luigi! Che bella storia! L'ho conosciuto nel 1979 quando era parroco ad Aimaville: che grappe stupende faceva! Che bello parlare con lui, che disponibilità! Ma il ricordo più curioso, bello e impressionante è stato ad una tre giorni di Esercizi spirituali a Rimini. Un giorno, mentre concelebrava la Messa con don Luigi Giussani, entrò nel salone il Vescovo di quella Diocesi e scoppiò un grande applauso: ed ecco che, mentre Giussani (non si era ancora entrati nel "cuore" della Celebrazione liturgica) va incontro al Vescovo, don Luigi Maquignac resta immobile per dieci minuti sull'altare: sembrava una statua. Indimenticabile quel suo essere "immerso" nella Liturgia!