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LA STORIA/ "Io, prete, 39 volte sul Cervino. E con Wojtyla…"

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Il Cervino (foto Jek Heidelzon, summitpost.org)  Il Cervino (foto Jek Heidelzon, summitpost.org)

Oggi siamo dei signori e l'attrezzatura è splendida. Negli anni 50 si usavano le corde di canapa, pesanti, che si impregnavano d'acqua. Ricordo che c'era stato un grave incidente e la guida era morta, mentre era sopravvissuta la donna accompagnata. Feci parte del soccorso. Era un'americana che l'anno dopo venne a trovarci e ci regalò la corda di nylon, leggera, flessibile, che non ha problemi con l'acqua. Nel 1953 ognuno aveva solo 10 chiodi nello zaino perché pesavano 2/3 etti. L'ultimo della cordata li sganciava e li passava al primo con una cordicella per ripiantarli. Roba dell'altro mondo.

Prete da quando?
Dal 1953. La mia vocazione inizia subito, quando mia mamma mi portava alla messa alle 6 del mattino. Guardavo il sacerdote che teneva l'ostia consacrata e pensavo che sarebbe stato bello tenere Gesù nelle mani. Dopo le elementari entrai in seminario: il ginnasio, il liceo e la teologia. Ma a un certo punto entrai in crisi. Non ho mai messo in dubbio Dio, perché con le montagne davanti non si può, ma la mia difficoltà era dirgli di sì. Mi sembrava che far la guida in montagna fosse molto più interessante che fare il prete.

E quando decise di farsi prete?
Un episodio mi cambiò la vita. Avevamo fatto la via Furggen ed eravamo in vetta al Cervino alle 10. Stavamo scendendo e a quota 4100 trovammo un ragazzo di Torino con le mani che sanguinavano attaccato alla roccia e, 25 metri sotto, appeso alla corda, penzoloni, un altro. Lo tirammo su accanto al suo compagno. Il primo aveva freddo, gli diedi la mia giacca. Il mio amico scese al rifugio con l'altro ragazzo, che però stava meglio, a dare l'allarme, e io rimasi solo con lui. Mi resi conto che sarebbe morto e così gli dissi se voleva dire l'atto di dolore. "Non voglio morire" mi rispose. "Noi facciamo possibile per salvarti — replicai — se per caso muori, vai di là con il passaporto firmato". Pregammo e io dissi l'atto di dolore più bello della mia vita. Lui mi disse di salutare e di chiedere perdono alla sua mamma e mi citò il nome di una ragazza. Dal rifugio arrivarono due guide esperte e così riuscimmo a legarlo e a trasportarlo. In vista della capanna le sue forze diminuivano e le guide più vecchie mi dissero di raccomandargli l'anima. Poco dopo morì, lo coprimmo con un telo per proteggere il corpo dai corvi e scendemmo al rifugio. Quella sera a cena (non avevamo toccato cibo dalla mattina) sentivo dentro di me due gioie; ero orgoglioso perché avevo fatto la via Furggen così giovane, ma la seconda era più grande e più profonda; quel ragazzo era andato in paradiso. Quella sera capii che mi dovevo fare prete. Il sacerdote è un uomo come gli altri, che si sente amato da Gesù; ha un privilegio: questo amore lo può donare agli altri. Chi ama rende felice gli altri e fa felice se stesso. Io, ripeto, sono un uomo felice.

Lei ha anche conosciuto don Luigi Giussani? 



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COMMENTI
14/07/2015 - Grande don Luigi! (Luigi PATRINI)

Grande don Luigi! Che bella storia! L'ho conosciuto nel 1979 quando era parroco ad Aimaville: che grappe stupende faceva! Che bello parlare con lui, che disponibilità! Ma il ricordo più curioso, bello e impressionante è stato ad una tre giorni di Esercizi spirituali a Rimini. Un giorno, mentre concelebrava la Messa con don Luigi Giussani, entrò nel salone il Vescovo di quella Diocesi e scoppiò un grande applauso: ed ecco che, mentre Giussani (non si era ancora entrati nel "cuore" della Celebrazione liturgica) va incontro al Vescovo, don Luigi Maquignac resta immobile per dieci minuti sull'altare: sembrava una statua. Indimenticabile quel suo essere "immerso" nella Liturgia!