BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

CONCHITA WURST/ Quando il Nulla batte perfino il gender

Pubblicazione:

Conchita Wurst, al secolo Thomas Neuwirth (Infophoto)  Conchita Wurst, al secolo Thomas Neuwirth (Infophoto)

Nella sua veste di vincitore dell'Eurovision Conchita ha presenziato al Festival di Sanremo 2015 ospite di Carlo Conte, che ha imbastito con il\la cantante una conversazione sulla sua fitta e curatissima barba e sul suo grande tatuaggio sulla schiena.

La domanda sulla barba è l'assist di Conte a Conchita che ha così avuto modo di spiegare il suo cognome d'arte, Wurst: la parola tedesca che significa non mi importa: "non mi importa — articola Conchita con voce artificialmente timida — da dove uno venga, mi importa l'identità che desidera esprimere". Senza arroganza e senza sfida, Conchita fa volteggiare il suo delirante paragone del corpo sessuato con una qualsiasi provenienza geografica, legandolo abilmente a suggestioni di interiorità e a sublimazioni antirazziali, sull'estasiata platea dell'Ariston, pronta ora al secondo assist del presentatore. Carlo Conte chiede a Conchita di spiegare al pubblico il grande disegno che ha tatuato sulla schiena. Si tratta del volto della madre, Helga: un volto di donna con morbidi capelli che cadono sulle spalle e una morigerata camicetta abbottonata fino al collo. Il tutto contenuto in una cornice a forma di rombo, dietro al vertice superiore del quale sorge (o tramonta) il sole.

Ecco allora il quadro della situazione che Freud non esiterebbe a definire clinico, nella cornice del "tramonto del complesso edipico". La madre è la prima donna amata dalla quale il pensiero del figlio si distoglie cedendo al divieto di pensarla come donna, sotto il ricatto (morale) di indulgere nei suoi confronti in pensieri incestuosi. Tuttavia l'amore per la donna non sparisce, semplicemente (si fa per dire) muta di segno, prendendo la forma di un'identificazione. Il rapporto impossibile con la donna viene mantenuto mediante l'identificazione con lei. Identificazione che, al di là delle forme del suo presentarsi, rappresenta un'obiezione tanto inconscia quanto inossidabile al rapporto.

Sul palco dell'Ariston Conchita si è lascito/a chiamare al maschile e al femminile irritando sui social i puristi del gender, che hanno chiesto più rispetto per il suo orientamento preteso femminile. Ma Conchita caledioscopicamente sfugge, secondo la peculiare norma pratica di Kierkegaard: realizzare una esistenza (melanconica) rigorosamente "ante acta", perché in questa vita tutto è vano. Ma non cedete alla malattia mortale, non disperate. Perché, tanto, non importa!



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.  


COMMENTI
16/07/2015 - sembra facile (Claudio Baleani)

Mentre leggevo questo interessante articolo mi è venuta in mente una foto dove ero in compagnia femminile, tanti anni fa, in un periodo molto felice. Il fatto che ci fosse una donna contribuiva molto alla mia felicità, ma non era determinante. Me ne sono reso conto dopo. Eppure non avrei potuto prescinderne. E' un equilibrio strano, dove le cose vanno a combaciare solo se in movimento e cioè nella condizione più complicata: come un filo che entra nella cruna di un ago solo alla condizione che il sarto agiti tutte e due le mani, una col filo e una con l'ago. Sembra una scommessa impossibile: puoi raggiungere lo scopo solo se ti interessa davvero un particolare, la donna, ma solo se accetti il rischio che possa andare male. Annullare anche solo un termine della questione (il desiderio, la sessualità, il rischio, la libertà e persino l'indipendenza) per abbassare l'apparente casualità significa mandare a monte tutto. In questo contesto si capisce bene l'atteggiamento infantile e surreale di Conchita, la sua icona immateriale e psichedelica, la facilità del suo attecchimento, l'irrilevanza dell'errore, l'inutilità del ravvedimento, il depotenziamento della sessualità e persino la ragione per la quale nella Bibbia esiste il divieto del tatuaggio.