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LETTURE/ Danilo Kiš, l'Europa senza patria e il compito dello scrittore

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Danilo Kiš (1935-1989) (Immagine dal web)  Danilo Kiš (1935-1989) (Immagine dal web)

Mirabili/memorabili paiono infatti le sue considerazioni sul significato della letteratura, che Kiš fa proprie. Chi scrive — nota a tale proposito condivisibilmente Nikolaj/Danilo — "deve osservare la vita nella sua totalità. Deve far intravedere il grande tema della morte perché l'uomo sia meno superbo, meno egoista, meno malevolo e, d'altra parte, deve dare un senso alla vita. L'arte è l'equilibrio di queste due visioni contraddittorie. Il dovere dell'uomo, soprattutto dello scrittore, è di andarsene da questo mondo lasciando dietro di sé non l'opera, tutto è opera, ma un po' di bontà, un po' di conoscenza. Ogni parola scritta è come l'atto della creazione".

Dopo il breve testo: Il maratoneta e il giudice di gara, sospeso tra il surrealismo melanconico che scaturisce dalla visionarietà onirica del protagonista e il crudo realismo del suo risveglio in un gulag siberiano, troviamo una narrazione ambientata nella ex-Jugoslavia di Tito durante gli anni del secondo dopoguerra mondiale, dove un improvvisato poeta conosce un lungo periodo di detenzione per aver composto un sonetto "contro il Partito e il Governo". Né uscirà distrutto, solo dopo un'abiura consistente nello stendere dei versi inneggianti alle magnifiche sorti e progressive del comunismo.

Infine il racconto più elegiaco e carico di pietas (tralasciando l'ultimo testo dell'antologia, a mio avviso: scritto marginale di non eccelsa prosa), intitolato Il debito — un omaggio all'amato collega Ivo Andric —, in cui è narrata la sofferta ma serena agonia dello scrittore che, morendo, vuol rendere omaggio a quanti durante la sua parabola esistenziale gli hanno elargito soccorso, insegnamento e conforto. Ennesima sottolineatura di come morte e vita siano facce della stessa medaglia e di come, anche patendo la prima, l'uomo possa celebrare con gratitudine la seconda: "Perché in principio fu l'amore".

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