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LETTURE/ George Steiner, lo sguardo di un "cuore intelligente"

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Pieter Bruegel, La Torre di Babele (1563) (Immagine dal web)  Pieter Bruegel, La Torre di Babele (1563) (Immagine dal web)

Per spiegare la carnalità e l'eccedenza dell'incontro con la "vera presenza" che abita le grandi opere, il genio di Steiner, ebreo ed agnostico, ricorre alla categoria cristiana dell'Annunciazione: dopo «l'esperienza della "visitazione" non è più possibile abitare quella casa come prima. Un'intrusione potente ha spostato la luce».

La postmodernità letteraria recupera in qualche modo la ricerca del senso?
La postmodernità letteraria, nella sua versione decostruzionista, rappresenta il bersaglio costante di Steiner. Nell'arco di pochi anni la teoria letteraria è passata dalla reificazione formalizzante del linguaggio (strutturalismo) — che in nome della scientificità studiava il testo a partire da un ambiente asettico — ai giochi irresponsabili del decostruzionismo di Derrida che ha sostituito il significato con il principio dell'insignificanza, proclamando l'evaporazione totale del senso. Quella di Derrida e Barthes è una vera e propria poetica dell'assenza, una celebrazione del non sense. È l'altro volto di Babele, quello che emerge dalla critica al post-strutturalismo: la Babele come insieme caotico di frammenti testuali resi vuoti e insignificanti. Eppure il decostruzionismo è per Steiner una sfida cui non possiamo sottrarci, perché rappresenta il volto amaro e autentico del postmoderno. Il genio di Steiner comprende che sarebbe sbagliato tentare di rispondere al postmodernismo articolando un'altra teoria. È necessario invece fornire una narrazione dell'esperienza del senso: la fenomenologia estetica dell'incontro con la "vera presenza" è un tentativo di risposta.

Steiner parla de "la nostalgia dell'assoluto". È questo ciò che distingue un classico di letteratura da un'opera che non lo è?
Esattamente, per Steiner tutti i grandi classici sono segnati dalla "sete" di Dio. L'intero itinerario speculativo ed esistenziale di Steiner è volto a mostrare che la grande arte nasce dal "problema di Dio", da quello della sua esistenza o non esistenza. Nella tensione a chiarire questo punto risiede la nostalgia per l'assoluto. Le grandi opere della tradizione umanistica avevano un'auctoritas ed esercitavano un fascino educativo immortale, perché mostravano, attraverso una fitta rete di rimandi simbolici e mitologici, la presenza di un significato ulteriore che ponesse ordine nel caos degli eventi apparentemente insensati dell'esperienza umana. Come mostra perfettamente Steiner in La morte della tragedia, il genere tragico affondava le radici in una "mitologia" religiosa fatta di valori cristiani e antichi che rappresentavano la prospettiva comune dalla quale leggere l'opera. L'ottimismo razionalistico del 700, mettendo in discussione il polo teologico, ha aperto la crisi del genere tragico. Con Cartesio, Newton e Voltaire «le stelle sono diventate irraggiungibili» e si interrompe la continuità tra ordine terreno e divino.

Qual è il segreto della "grammatica della creazione"? Quali sono le regole che la reggono? 
Ogni grammatica è creativa perché, modellando i testi di riferimento di una civiltà, contribuisce a diventare portavoce della coscienza collettiva del popolo. Ogni sistema linguistico è creativo perché, attraverso i suoi frutti (le opere), genera una serie di mondi possibili e di interpretazioni sulla realtà e sul tempo. Ecco perché Steiner è perfettamente d'accordo con le parole di Roman Jacobson: "Per conoscere la grammatica della poesia è necessario conoscere la poesia della grammatica".



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