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LETTURE/ L’"agape" cristiano e l'Europa che non c'è

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Negli ultimi decenni si è andata progressivamente affermando l'idea che la traduzione è un'esperienza intellettuale che ha un'influenza decisiva nella trasformazione e nella formazione delle culture. La sua posizione, in quello che alcuni studiosi hanno chiamato polisistema letterario, non è marginale o secondaria ma a seconda dei momenti storici può diventare centrale andando a costruire quelli che sono i valori culturali di un'epoca. 

Così ad esempio le origini della letteratura latina si fondano sull'imponente lavoro di traduzione e riscrittura di originali greci. Anche la nostra storia letteraria è stata determinata nei suoi passaggi fondamentali — le origini, la rivoluzione umanistica, il romanticismo — da relazioni con altre culture in cui la traduzione ha svolto un compito centrale. Si pensi anche all'immensa opera di traduzione che ha caratterizzato i primi secoli del cristianesimo, traduzione nel senso proprio del termine come quella di san Girolamo o traduzione culturale come quella operata da alcuni padri della Chiesa, ad esempio Giustino o i padri Cappadoci, nel confronti della tradizione classica. Infine si considerino gli scambi fra culture frutto di riscritture e traduzioni che hanno caratterizzato da sempre le letterature europee, un dato di fatto che ci fa pensare che le storie delle letterature nazionali sono più il frutto di un'operazione ideologica fatta nella costruzione delle identità delle nazioni che una vera e propria realtà. 

Dunque la traduzione crea, costruisce, innova idee e modi di vedere le cose. Non ripete semplicemente il già detto in altro modo, ma crea qualcosa di nuovo. Per questo ha un forte valore intellettuale che al tempo stesso è un'esperienza concreta. Rendersi conto di questo significa anche comprendere che i concetti non viaggiano da una lingua ad un'altra, da una cultura all'altra rimanendo intatti. In altri termini i concetti non sono oggetti che si possono impacchettare in modi diversi senza cambiarli nella loro essenza, ma sono inestricabilmente connessi con la forma attraverso i quali sono trasmessi. L'espressione linguistica non è una forma che riveste un contenuto invariante, ma è una forma che determina lo stesso contenuto concettuale.

In quest'ottica ciò che avviene nel passaggio da una lingua ad un'altra può essere interpretato come una riformulazione che modifica il significato concettuale consentendo una continua reinvenzione della tradizione. La storia delle traduzioni dunque è la storia di queste riformulazioni e di queste trasformazioni che portano ogni volta a rivedere sotto luce diversa il mondo che ci circonda.

In qualche modo potremmo dire che la storia della cultura dell'Occidente è stata caratterizzata da questi slittamenti dovuti alla traduzione. Ne sono un esempio le traduzioni del concetto di "essere" dal mondo greco a quello latino e la sua "ibridazione" con il concetto ebraico di hayah. Oppure la traduzione del concetto di Logos giovanneo con Verbum nella Vulgata.



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