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LETTURE/ Quei monaci che Renzi, Varoufakis e Juncker hanno dimenticato

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La generazione dell'umanesimo maturo, quella di Lorenzo Valla e Angelo Poliziano, già si muoverà con la destrezza e l'acribia del metodo filologico tra latino e greco, complice, non dimentichiamolo, la caduta della Costantinopoli dei Paleologi nel 1453 in mano a Maometto II, e la conseguente emorragia di uomini e testi dall'Oriente greco all'Occidente latino.

Guardando alle spalle di Petrarca, non possiamo tralasciare l'importanza essenziale di Aristotele sulla rinascita culturale del Duecento, ma non possiamo nemmeno omettere il fatto che l'Aristotele di Dante (che non conosceva il greco e aveva probabilmente letto una sorta di Bignami tardoantico dell'Iliade noto come Ilias latina) è filtrato dal pensiero tomistico, ricompreso, per così dire, alla luce della Rivelazione.

Credo che sia stato un altro il momento in cui non solo culturalmente, ma anche politicamente l'Europa, o almeno l'Europa coincidente con le attuali Inghilterra, Italia, Francia, Germania, Svizzera, Austria, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi, si è trovata unita in una fase fondativa di sostanziale importanza: il monachesimo occidentale. 

Una fila di carri, nell'anno 597, percorre la vecchia rete stradale romana da sud a nord, in direzione di Canterbury. La guida un monaco di nome Agostino, inviato da papa Gregorio Magno. I carri, oltre alle altre cose, contengono decine di manoscritti, esemplati con ogni probabilità nella biblioteca Lateranense. Beda il Venerabile scriverà che il papa invierà ancora "nec non et codices plurimos" ad Agostino, negli anni successivi.

Un secolo dopo, Benedetto Biscop, che vivrà per 75 anni, tra il 634 e il 709, scenderà dall'Inghilterra in Italia almeno sei volte, e fonderà, tra l'altro, i monasteri di Wearmouth e di Jarrow. Sturmi, discepolo dell'inglese Bonifacio, nel 774 fonda il monastero di Fulda; Pirmin, forse proveniente dalla Spagna visigotica, fonda nel 724 Reichenau. Gli esempi potrebbero ovviamente proseguire ancora molto a lungo, passando da Cluny a Bobbio, da Salisburgo a Iona, da Tours a, ovviamente, Montecassino.

Per più di un motivo credo che sia l'Europa dei monasteri la prima, vera Europa alla quale oggi potremmo e dovremmo richiamarci. In primo luogo, fu quello il primo momento di diffusione di una cultura scritta e condivisa "orizzontalmente" dopo la caduta dell'Impero romano. Virgilio, Stazio, Lucano, Cicerone, Plinio, Pompeo Trogo, Giustino sono i primi di una lunga serie di "salvati" grazie agli scriptoria di tutta Europa, e poco importa che i centri di scrittura e le biblioteche fossero di fondazione irlandese o cassinese, franca o tedesca, e che scrivessero in onciale o beneventana o minuscola carolina.

In secondo luogo, come ampiamente dimostrato da E.R. Curtius nel suo insuperato Letteratura europea e Medio Evo latino, quello che si attuò nell'Europa altomedievale non fu una semplice operazione intellettuale, una trasmissione arida di testi scritti, la clonazione asettica di opere da un'antichità sublime verso un'epoca, di là da venire, che, grazie alla filologia, potesse finalmente ripulire Cicerone dalle scorie medievali riconsegnandolo alla purezza dell'antico. 



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COMMENTI
27/08/2015 - Non solo da leggere, ma da studiare (Roberto Graziotto)

Caro Paolo, ho letto più volte il tuo testo, che è davvero un'aiuto per lo studio della storia europea. La tesi centrale è chiara: non la ripeto. Mi sembra anche molto bello il modo come integri il pensiero di Massimo Cacciari nelle tue riflessioni. Ma davvero grande è ciò che dici sul monachesimo. Hans Urs von Balthasar in un suo saggio. "Philosophie, Christentum, Mönchtum", Catholica 1961 e ripreso nella racconta di saggi, che porta il titolo di "Sponsa Verbi", diceva: "Non si sottovaluti la forza di questo segno anche nella nostra odierna dissoluzione spirituale e nella nostra fretta tecnica. Una città (come Zurigo o Stoccarda) senza un monastero manca del cuore". Già nel 1961 l'esperienza europea, era appena cominciata nella sua variante odierna, il grande teologo svizzero aveva indicato la mancanza del cuore, che nell'accesso biblico è il luogo che permette quei "valori comuni che sempre e comunque restano". Molte belle sono anche le cose che dici sul lavoro. È innegabile che tu veda nel tuo articolo un grande momento attuale di cristi, che ci avvolge tutti, anche politico, e è giusto che tu gli dia il nome adeguato: "relativismo dogmatico". Ma come uscire da ciò? Il primo passo/capitolo del saggio di Balthasar citato portato il titolo: "Ipsa Philosophia Christus" - ecco di questo abbiamo bisogno, di Cristo presente oggi, come la "filosofia stessa", come amore della sapienza che non è solo tecnica, ma in primo luogo percezione dell'essere come dono.