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LETTURE/ Quei monaci che Renzi, Varoufakis e Juncker hanno dimenticato

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Quelle generazioni di uomini, evangelizzatori, scrittori, lettori, crearono, comunicando tra di loro grazie alla fitta rete di scambi che di fatto sussisteva tra i monasteri "fratelli" in tutta Europa, un immaginario, un sistema di codificazione e di gerarchizzazione del reale e dei suoi valori, che oggi abbiamo dimenticato (dimenticando ad esempio i nomi di Alano di Lilla, Bernardo Silvestre, Eberardo il Tedesco), ma di cui, nondimeno, siamo eredi.

In terzo luogo, a differenza del recupero del pensiero greco nell'umanesimo e a differenza in fin dei conti della concezione stessa del sapere filosofico nel pensiero greco-romano, intrinsecamente connesso con le arti liberali e quindi con l'otium, la cultura del monachesimo occidentale è stata in grado di intervenire, di incidere in profondità nel territorio, non solo con un'opera di evangelizzazione che, come nel caso di Bonifacio, fu in grado di portare la Germania alla Chiesa e all'Europa (cosa che non era riuscita a Roma) ma con la creazione di quella rete infinita di infrastrutture economiche connesse al centro abbaziale, prodromiche alla cosiddetta rinascita del Mille. La stessa esperienza politica carolingia, se non si fosse mossa nel solco di un'alleanza con la Chiesa di Roma e di una stretta collaborazione con il monachesimo penetrato nel regno dei Franchi dall'Inghilterra (vedasi Alcuino di York), difficilmente avrebbe avuto gli esiti che oggi, in modo un po' miope, sono ancora considerati la protogenesi dell'esperienza di un'Europa unita, di fatto già in essere da almeno 150 anni.

E per concludere ad anello, tornando all'economia, proviamo a pensare a cosa sarebbe oggi l'Europa se fossimo rimasti alla concezione romana del labor / fatica, di cui è rimasta traccia ad esempio nel travail / travaglio francese. La cultura ellenistica aveva inventato, con la macchina di Erone, il prototipo del motore a vapore. Il salto logico dall'ambito dei mirabilia a quello dell'ausilio al lavoro quotidiano non ci fu non già per ingenuità degli antichi, ma per la concezione stessa del lavoro, che, essendo una "cosa da schiavi", non era necessario nobilitare. 

Solo nel momento in cui il labor è uscito dalla sua condizione umiliante e servile ed è entrato, contestualmente alla preghiera, negli ingredienti stessi della salvezza, si sono create le condizioni culturali e antropologiche per la fioritura socioeconomica dell'Europa moderna.

Come si vede, i nomi e i fatti ci sono, per andare alla ricerca di quei valori comuni che sempre e comunquerestano in e di ogni paese che si riconosce nell'Europa, al di là del suo rapporto deficit/pil. Il dubbio, a questo punto, è nella presenza o meno della volontà politica di fare questo passo. Forse un'Europa che finalmente si riconosca legata da vincoli indissolubili fa paura, meglio un'Europa debole, finanziaria, che accetta di perdere i pezzi per strada, come una famiglia che si sgretola nonostante gli anni di vita assieme. 



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COMMENTI
27/08/2015 - Non solo da leggere, ma da studiare (Roberto Graziotto)

Caro Paolo, ho letto più volte il tuo testo, che è davvero un'aiuto per lo studio della storia europea. La tesi centrale è chiara: non la ripeto. Mi sembra anche molto bello il modo come integri il pensiero di Massimo Cacciari nelle tue riflessioni. Ma davvero grande è ciò che dici sul monachesimo. Hans Urs von Balthasar in un suo saggio. "Philosophie, Christentum, Mönchtum", Catholica 1961 e ripreso nella racconta di saggi, che porta il titolo di "Sponsa Verbi", diceva: "Non si sottovaluti la forza di questo segno anche nella nostra odierna dissoluzione spirituale e nella nostra fretta tecnica. Una città (come Zurigo o Stoccarda) senza un monastero manca del cuore". Già nel 1961 l'esperienza europea, era appena cominciata nella sua variante odierna, il grande teologo svizzero aveva indicato la mancanza del cuore, che nell'accesso biblico è il luogo che permette quei "valori comuni che sempre e comunque restano". Molte belle sono anche le cose che dici sul lavoro. È innegabile che tu veda nel tuo articolo un grande momento attuale di cristi, che ci avvolge tutti, anche politico, e è giusto che tu gli dia il nome adeguato: "relativismo dogmatico". Ma come uscire da ciò? Il primo passo/capitolo del saggio di Balthasar citato portato il titolo: "Ipsa Philosophia Christus" - ecco di questo abbiamo bisogno, di Cristo presente oggi, come la "filosofia stessa", come amore della sapienza che non è solo tecnica, ma in primo luogo percezione dell'essere come dono.