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LETTURE/ Quei monaci che Renzi, Varoufakis e Juncker hanno dimenticato

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Ogni estate vuole i suoi psicodrammi, e le televisioni, tra la replica di una fiction e un film di Alberto Sordi, di solito si buttano sulla cronaca nera. Quest'anno sta andando un po' diversamente, e per la prima volta nella storia dell'Italia repubblicana le famiglie si radunano davanti alla televisione, ad ora di cena, per avere le ultime notizie in fatto di ristrutturazione di debiti, di spread, di accordi tra Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale.

Visto però che la televisione è televisione, dal problema di Grecia ed Europa si è scivolati sui tricipiti di Varoufakis, sullo sguardo sempre troppo duro della cancelliera tedesca, sul povero pensionato in lacrime di fronte al bancomat che in un servizio si trova ad Atene e in un altro a Corinto. Insomma, fossimo a novembre, potremmo lasciare l'affaire Tsipras alle aride latitudini dell'economia pura, ma siamo a luglio, e abbiamo bisogno di emozioni forti.

E dire che, a volerle, le condizioni per un upgrade del ragionamento ci sono tutte. E alcune sono venute, sia pure in nuce, proprio dalle parole dei cittadini greci intervistati dai giornalisti. Spesso, infatti, sono state pronunciate frasi del tipo "L'Europa senza Grecia non è Europa", oppure "L'Europa esiste grazie alla Grecia di Socrate, Platone e Aristotele".

Mi pare che, a parte sporadici casi, e comunque limitati alle considerazioni "di contorno", il mondo politico europeo abbia ad oggi tranquillamente omesso la questione culturale che sta alla base dell'attuale frangente, concentrandosi sugli aspetti economici. C'è chi, come il nostro premier, esprime la volontà di ripartire da un ripensamento dell'Europa, ma, e qui, credo, sta il cuore del problema, comunque dopo la strozzatura economica.

Quanto avvenuto nelle ultime settimane ha messo in luce con chiarezza come, di fatto, un'Europa senza Grecia (o senza Italia? Senza Germania?) sarebbe, per come è costruita e pensata l'Europa, assolutamente possibile. Finché, nei fatti, essere in Europa coincide con il rispetto di una serie di parametri eminentemente economici, da un lato nessuno stato membro dell'Unione è al sicuro, dall'altro, con una provocazione, qualsiasi stato che rispetti tali parametri potrebbe entrare nell'Unione, poco importa che si tratti del Giappone o dell'Argentina.

Al di là del fatto che l'Europa sia nata, prima che come Europa delle culture, come sviluppo di accordi di tipo economico e commerciale nel secondo dopoguerra, e al di là del fatto che, stando ai sondaggi, in tutti i paesi europei, e con percentuali bulgare, il momento ritenuto più caratterizzante nel processo di sviluppo dell'Unione sia considerato l'avvento della moneta unica, mi pare che il nodo logico, presente in questi giorni, anche se nascosto, sia assolutamente etico, non economico, cioè, ancora una volta, il dominio di un relativismo dogmatico che, a noi ben noto quando si parla di etica di genere e politica della famiglia, pure si adegua e si insinua in ogni ambito, anche nei bilanci e negli spread.



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COMMENTI
27/08/2015 - Non solo da leggere, ma da studiare (Roberto Graziotto)

Caro Paolo, ho letto più volte il tuo testo, che è davvero un'aiuto per lo studio della storia europea. La tesi centrale è chiara: non la ripeto. Mi sembra anche molto bello il modo come integri il pensiero di Massimo Cacciari nelle tue riflessioni. Ma davvero grande è ciò che dici sul monachesimo. Hans Urs von Balthasar in un suo saggio. "Philosophie, Christentum, Mönchtum", Catholica 1961 e ripreso nella racconta di saggi, che porta il titolo di "Sponsa Verbi", diceva: "Non si sottovaluti la forza di questo segno anche nella nostra odierna dissoluzione spirituale e nella nostra fretta tecnica. Una città (come Zurigo o Stoccarda) senza un monastero manca del cuore". Già nel 1961 l'esperienza europea, era appena cominciata nella sua variante odierna, il grande teologo svizzero aveva indicato la mancanza del cuore, che nell'accesso biblico è il luogo che permette quei "valori comuni che sempre e comunque restano". Molte belle sono anche le cose che dici sul lavoro. È innegabile che tu veda nel tuo articolo un grande momento attuale di cristi, che ci avvolge tutti, anche politico, e è giusto che tu gli dia il nome adeguato: "relativismo dogmatico". Ma come uscire da ciò? Il primo passo/capitolo del saggio di Balthasar citato portato il titolo: "Ipsa Philosophia Christus" - ecco di questo abbiamo bisogno, di Cristo presente oggi, come la "filosofia stessa", come amore della sapienza che non è solo tecnica, ma in primo luogo percezione dell'essere come dono.