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STORIA/ Da Cicerone a Costantino, l’integrazione cristiana “cancellata” dall’Europa

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Per i soldati che si congedavano 'con onore' era prevista la concessione della piena cittadinanza romana a conclusione del servizio militare, che durava talvolta anche 40 anni e oltre. Su questo è opportuno spendere qualche parola. Si deve all'imperatore Claudio (41-54) aver iniziato una sistematica politica di integrazione secondo le modalità indicate precedentemente: i corpi militari formati dai provinciali (gli abitanti dei territori conquistati e governati direttamente da Roma), quasi tutti privi della cittadinanza romana, venivano arruolati con la prospettiva di essere trasferiti molto lontano dal luogo di reclutamento, dal quale provenivano, ma con la speranza che i meriti acquisiti durante il servizio sarebbero stati riconosciuti con l'integrazione nella cittadinanza.

Non è esagerato credere che Roma divenne grande e i suoi eserciti per lungo tempo considerati invincibili grazie anche alla politica di integrazione perseguita da Claudio e dai suoi successori ma iniziata molto tempo prima, anche se in maniera discontinua e occasionale. Si deve concludere che le differenze etniche, talvolta molto marcate, non facevano paura ai Romani, anche se essi agivano con prudenza: la concessione della cittadinanza era competenza del popolo; l'adozione e l'affrancamento degli schiavi dovevano essere ratificati dai comizi curiati, i più antichi comizi romani. Si trattava, comunque, della crisalide della futura Europa. Un'altra e assai diversa integrazione avvenne con l'avvento del Cristianesimo.

Un esempio paradigmatico di integrazione religiosa è l'Editto di Costantino, che poneva sullo stesso piano di fronte alle leggi dello Stato romano il Cristianesimo e le religioni pagane professate allora (l'unità dell'Impero romano lo consentiva). Ciò permise al Cristianesimo di misurarsi "ad armi pari" col pensiero filosofico pagano — il che equivale a dire con i numerosi culti provenienti da tutti gli angoli dell'impero — senza subire censure e persecuzioni. Il Cristianesimo, pur diffondendosi velocemente in tutto l'impero, non rifiutò aprioristicamente tutto ciò che la società e le civiltà con le quali venne a contatto avevano saputo creare ma, nella condizione di uguaglianza con le altre religioni e nonostante il perdurare del paganesimo, esso aveva trattenuto ciò che era buono, giusto e vero, come insegna S. Paolo (1 Tess 5, 19-21: «giudicate tutto e trattenete ciò che è buono»), accogliendo nella nuova societas cristiana tanta parte del pensiero pagano (divenuto così anche cristiano), a cominciare dal vocabolario.

Sarebbe stato impossibile per un romano, ancora pagano, immaginare un mondo senza la presenza stabile delle divinità e senza un rapporto "costruttivo" e corretto con gli dei; lo sappiamo con certezza da Cicerone il quale fa dire ad uno dei protagonisti del dialogo Intorno alla natura degli dei (III 2, 5), il pontefice Cotta, che, in materia di religione, ai filosofi più accreditati, scettici sull'esistenza degli dei, avrebbe preferito la fedeltà alla religione romana tradizionale, senza preoccuparsi del parere dei filosofi: posizione acritica ma funzionale alla conservazione dello stato.



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