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LETTURE/ Quella “guerra” per una libertà lontano dal potere

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Se al philosophe spettava l'importante compito di illuminare ed emancipare gli altri uomini, strumento indispensabile per compierlo era rappresentato dalla libera e pubblica circolazione delle idee, per la quale la stampa era il veicolo essenziale. Con acribia P. Delpiano ricostruisce il delicato passaggio dalla libertà di pensiero dei libertini all'idea della necessità della libertà di stampa, ricordando come spesso le posizioni di philosophes e di paladini dell'antiphilosophie furono sfumate e diversificate, non riducendosi semplicisticamente al muro contro muro.

Infatti, contro i philosophes venne ben presto scatenata una guerra, fatta di censure, veti, obblighi alla ritrattazione (cap. II – Processo ai philosophes, pp. 60-93): l'attacco ai philosophes sferrato dalla metà del XVIII secolo non era cosa nuova, perché la polemica contro i falsi dotti affondava le sue radici nel cristianesimo delle origini, che aveva individuato nell'orgoglio e nell'egocentrica idolatria della ragione il principale rischio insito nel sapere.

La denuncia, in età umanistica, era poi risuonata nel Ciceronianus (1528) di Erasmo e nel De incertitudine et vanitate scientiarum (1530) di Agrippa di Nettesheim. Nel Settecento, però, l'ascendenza dei philosophes viene dai loro detrattori individuata con ancor maggior precisione: essi erano infatti i diretti discendenti dell'incredulità, del materialismo, dell'ateismo dei pagani, di Talete, Leucippo, di Porfirio, e, soprattutto, di Lucrezio.

I capitoli III (Voci dall'Italia - pp. 94-141) e IV (L'antiphilosophie all'ombra della Chiesa romana - pp. 142-178) esaminano invece il campo degli avversari, soprattutto in terra italiana. Anche qui, seguendo per esempio le traversie subite dalla traduzione dell'Encyclopédie, l'autrice delinea un panorama composito, in cui spiccano posizioni estremamente diversificate. Due opere sono particolarmente significative del clima culturale italiano: il De ingeniorum moderatione (1714) di L. A. Muratori, e il Discorso sopra i vero fine delle lettere e delle scienze (1753) dell'abate Genovesi.

L'ultimo capitolo, poi, propone un approfondito viaggio dentro il sistema dell'antiphilosophieall'ombra della Curia romana; in altre parole, esplora quali furono in questa battaglia le risorse della Chiesa, uscita rafforzata dalla vittoria contro i protestanti e operante in una realtà, come quella italiana, in cui, fatte salve alcune eccezioni (i Valdesi in Piemonte, per esempio), i protestanti non erano presenti, e quindi non esisteva quell'esperienza, per quanto limitata, circoscritta temporalmente e spazialmente dalle rigide norme dell'Editto di Nantes, della convivenza fra cattolici e ugonotti propria dell'ambiente francese.



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