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LETTURE/ Quell’umanesimo cristiano “donato” da Erasmo all’Europa

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Erasmo da Rotterdam (dipinto di Holbein il Giovane)  Erasmo da Rotterdam (dipinto di Holbein il Giovane)

All'asprezza cupa e drammatica del dualismo fideistico luterano, Erasmo e i suoi seguaci rispondevano con l'appello a una grazia vista ancora come completamento della natura, concepita come approdo inevitabile della storia del mondo. La loro era una "filosofia cristiana", che voleva riformare la Chiesa, uscita piena di rughe e ferite dalla sua ipertrofica espansione medievale, facendo tornare la cristianità alle fonti più genuine della stessa sapienza di Cristo. Bisognava rifondare una nuova tradizione evangelica e sapienziale. Il pensiero di Cristo, la sua mente e la sua parola, illuminati dal dialogo con la grande tradizione della cultura allestita dagli antichi greci e latini, incorporati nell'architettura del sapere più alto, più sostanzioso e di più ampie vedute di ogni tempo, dovevano tornare a essere la guida suprema. Bisognava risalire a un cristianesimo essenziale, aggrappandosi alla roccia del suo nucleo più autentico. E per arrivare a questo, l'unica via era imparare di nuovo a spremere il succo dei grandi testi fondativi del cristianesimo primitivo, non per farsi schiavi delle loro formule da idolatrare, lasciandosi bloccare dalla lettera che "uccide", ma per poterne succhiare il midollo più nutriente. Bisognava rifondare una civiltà cristiana partendo dalla Sacra Scrittura (il Nuovo Testamento messo finalmente a disposizione anche dei laici) e nella scia dei Padri dei primi secoli, di cui Erasmo si concepiva moderno prosecutore. San Girolamo era il prototipo da riprodurre in una nuova chiave.

Alle antinomie di una fede che si difendeva dagli assalti della ragione combattendola come un nemico ostile, riparandosi all'ombra di una politica destinata a diventare sempre più invadente e "sacralizzata", il battagliero campione di una riforma ancora più di "sinistra" rispetto alla Riforma dell'ex monaco sassone sostituiva, venendo spesso frainteso e combattuto all'interno stesso della Chiesa di Roma, la visione di un umanesimo su base religiosa in cui l'intera cristianità europea avrebbe potuto riconoscersi se le ragioni del dialogo ecumenico e la ricerca del bene comune avessero prevalso sulla frammentazione delle strategie localistiche, sui settarismi aggressivi di partito e sulle volontà di sopraffazione a danno dei propri contendenti.

Il sogno di Erasmo animò le proiezioni più utopistiche della politica sovraconfessionale del grande monarca "universale" Carlo V d'Asburgo. Anche se pure lui fu costretto, a metà del Cinquecento, a rientrare nella logica della spartizione tra blocchi e aree di potere contrapposti creati dalla politica di un fragile equilibrio fra i moderni stati territoriali in cui prevaleva l'esclusivismo intollerante del "cuius regio, eius et religio", la vena dell'universalismo cristiano fondato sull'alleanza tra la fede e le opere continuò a pulsare nelle correnti della pedagogia internazionale per le élite cattoliche patrocinata dai gesuiti, nel mecenatismo illuminato di papi, prelati e ordini religiosi amanti delle arti e della cultura più raffinata, nelle effervescenze del barocco maturo.



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