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JOSEPH ROTH/ Il “cavaliere bevitore” alla ricerca di un argine nel cristianesimo

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Joseph Roth  Joseph Roth

L'abbattimento dell'impero lascia definitivamente senza patria i sopravvissuti del mondo di ieri, come il conte Morstin, protagonista dello splendido racconto Il busto dell'imperatore, che lamenta la perdita della vecchia Monarchia, la sua unica patria, l'unica possibile, che era come una grande dimora per tante specie di uomini: «Se per esempio gli avessero chiesto – ma a chi sarebbe venuta in mente una domanda tanto insensata? – a quale "nazione" o a quale popolo si sentisse di appartenere, il conte sarebbe rimasto alquanto confuso, addirittura stupefatto, davanti all'interrogante, e probabilmente anche infastidito e un poco indignato. […] Un'immagine in miniatura della varietà del mondo era appunto l'imperialregia monarchia, e perciò questa era l'unica patria del conte». In ultima analisi, la caduta e lo smembramento della monarchia danubiana acquistano anche una sfumatura apocalittica, dal momento che, quasi l'autore si ispirasse ad antiche interpretazioni medievali, era stato rimosso quel principio che conservava l'ordine e l'armonia sulla terra: «E il conte chiese all'ebreo: "Salomon, cosa te ne pare di questa terra quaggiù?". "Signor conte", disse Piniowski, "non ne ho più la minima stima. Il mondo è andato in malora, non c'è più un Imperatore"».

A questo punto, l'Austria di un tempo «viene intesa come la vera patria dei Wanderer» (p. 115), perduta la quale, ai vinti, agli esuli, ai sopravvissuti che popolano le pagine di Roth non rimane che la condizione del viandante perennemente in fuga. Emblematico il personaggio di Franz Tunda inFuga senza fine, le cui peregrinazioni possono essere paragonate a un'Odissea al contrario, un lungo, sofferto, anche avventuroso viaggio verso casa, ma la casa e la patria non esistono più, come del resto gli affetti di un tempo: «Penelope non tesse alcuna tela, bensì gioca a golf e balla il charleston» (p. 140). 

Esule, sradicato, senza patria come i suoi personaggi, Roth trascorse a Parigi i suoi ultimi anni vivendo in camere d'hotel, perennemente seduto a tavolini di caffè e bistrot, dove scriveva e al contempo riceveva gli amici e le molte persone con le quali era in contatto. E nonostante una vita disordinata da bevitore, così lo ricordava un conoscente: «Era un cavaliere. Sarà un'espressione stupida, ridicola, inusuale, ma lui lo era veramente, un imperialregio cavaliere» (p. 7).

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