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LETTURE/ Quel "cuore inquieto" che lega don Giussani a Paolo VI e a Pasolini

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Don Luigi Giussani (1922-2005)  Don Luigi Giussani (1922-2005)

«Un raro caso di pensiero cattolico fuori dal ghetto». «Quello di Giussani è un "itinerario moderno", un percorso cristiano che è stato in grado di sottrarsi all'alternativa che ha segnato il pensiero cattolico dopo il Concilio Vaticano II: quello tra modernismo e reazione conservatrice». Sono due affermazioni tratte dall'introduzione di Massimo Borghesi al suo nuovo libro sul pensiero di don Giussani. È la prima volta che il pensiero di questa grande figura viene esplorato con uno sguardo complessivo, seguendone tutto il percorso storico. Il pensiero di Giussani non è infatti un pensiero "chiuso", ma "sente" la storia e si sviluppa intercettandone tutte le fibrillazioni.

"Fuori dal ghetto" e "itinerario moderno": due indicazioni che immediatamente tracciano l'orizzonte. Che annunciano la larghezza della prospettiva di don Giussani e la sua libertà.

Ovviamente siamo di fronte ad un libro complesso, profondo, che per essere affrontato avrebbe bisogno di maggior conoscenza delle grandi questioni messe su un tavolo e di uno spazio anche psicologico diversi da quello di una recensione. Tuttavia il pensiero di Giussani è un pensiero che si nutre sempre di immaginazione (ad un certo punto Borghesi giustamente dice che nel modo con cui ri-narra gli episodi chiave del vangelo, Giussani è come un "regista": rivede e fa rivedere quegli episodi come un film). Per questo nella forza razionale del suo procedere, lascia sempre lo spazio per suggestioni impreviste, a volte con soluzioni lessicali di una commozione indimenticabile. È la natura del pensiero di Giussani a renderlo così affascinante: perché come scrive Borghesi, è un pensiero che «ha a che fare con il modo con cui percepiva l'esistenza di Dio come sua presenza reale, storica, come un fatto "presente"» («Le stesse parole del Vangelo e della Tradizione le leggevo in modo nuovo. Io "capivo", ed altri con me, che Cristo era lì presente», don Giussani, 2000). 

È un pensiero che si nutre continuamente di rapporti. Che si sviluppa mettendosi in relazione. Tra le tante relazioni documentate nel libro due, apparentemente agli antipodi, sono estremamente emblematiche. Quella con Montini e quella con Pasolini. La prima è documentata da Borghesi ricostruendo quel cammino che portò nel 1957 tutt'e due a mettere a tema la questione del "senso religioso". Montini lo fece con la lettera pastorale quaresimale di quell'anno, spiazzando tutti per aver scansato i consueti temi di ordine morale; Giussani è il primo cogliere la provocazione di Montini con un documento pubblicato a dicembre. Cosa muoveva questi due grandi cattolici lombardi? La percezione coraggiosamente realistica (e drammatica) di una fede chiusa nel guscio protettivo del formalismo della tradizione e incapace di reggere all'urto del laicismo borghese e dell'ateismo marxista. Montini non contrasta la modernità opponendo diverse categorie morali, ma la prende alle spalle, riproponendo un dato di natura, quello «dell'inclinazione dell'uomo verso il suo principio e verso il suo ultimo destino». 



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COMMENTI
03/07/2015 - LETTURE (delfini paolo)

Grazie a Giuseppe Frangi per l'interessantissimo articolo.