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LETTURE/ Rilke, Orfeo e il canto che “avvicina” l’uomo al Sacro

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Rainer Maria Rilke  Rainer Maria Rilke

Ritengo che da questi versi emerga a chiare lettere la Weltanschauung, la visione del mondo rilkiana: dapprima nel monito a precorrere ogni addio, quasi fosse ormai avvenuto, disponendoci così in anticipo ad abitare con cuore saldo l'interminabile (endlos) stagione invernale che è metafora insieme dell'eternità dell'essere e cifra abissale del suo mistero. Non si tratta più, quindi, di opporsi all'umana finitudine con la hybris arrogante d'un Orfeo che vorrebbe a ogni costo abolire la morte — convinto di poter strappare all'Ade la sposa — ma di accettarla/accoglierla ("Sempre sii morto in Eurídice"). È poi, in parallelo, l'invito a un amore che non pretenda possesso/controllo, ma abdichi a tale effimera signoria aprendosi a una com-prensione inclusiva che possa far nascere in noi una letizia giubilante (jubelnd).

Che altro rimane da fare, all'uomo, al poeta? L'invito finale di Rilke, novello Orfeo, — indirizzato nel sonetto conclusivo dell'opera a un amico di Wera, ma implicitamente rivolto a tutti i lettori — è il seguente: "Quale campana cupa che rintocca / lasciati suonare"; dai cioè ospitalità a ogni evento: luttuoso o gioioso che sia, e non opporti al "mutare" (Wandel). Nella consapevolezza che (come recita il sonetto 1: XIX): "A noi, del dolor nostro ignari, / e dell'amor mai appreso, / che cosa, nella morte, separi // indisvelato è ancora. / Unico il canto sul mondo sospeso / consacra e onora". Perciò ci sia di conforto il canto, strumento della Divinità, il quale solo può accennare alla dimensione del Sacro, che è poi la nostra: quella dell'Essere che mai vien meno.

Un'ultima considerazione, infine. Quella sull'aspetto davvero problematico dell'arduo compito di tradurre i Sonetti. Molti si sono cimentati in tale impresa (da Giacomo Cacciapaglia a Franco a Rella; da Rina Sara Virgillito a Sabrina Mori Carmignani) e con esiti ragguardevoli. Ma forse la traduzione de I sonetti a Orfeo — pubblicata da Moretti&Vitali — a cura di Carlo Testa (docente di italiano e letterature comparate all'Università della Columbia Britannica) è quella che, a mio avviso, consiglierei ai lettori per via della sua inconsueta capacità di rendere nella nostra lingua non solo le rime, così essenziali nella metrica di quest'opera, ma soprattutto la sua estrema musicalità: l'accento e il ritmo canori che la caratterizzano, come spero si sia potuto evincere dai pochi versi qui citati. Testa, insomma, non vuole esser attento solo alla componente semantica della parola poetica ma anche a quella acustica, a ogni elemento cromatistico sonoro. La sua quindi potrebbe essere indicata come la traduzione stereometrica di questi canti (Lieder) che pure in lingua italiana appaiono all'insegna della composizione musicale: per una musica/poesia non certo solo banalmente incline a inseguire il mero lirismo melodico, ma attenta soprattutto all'armonia e all'euritmia che l'abissale verticalità/felicità dei Sonetti sa creare.

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