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LETTURE/ Male, giustizie e verità nel racconto “bistrattato” di Manzoni

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Alessandro Manzoni  Alessandro Manzoni

La passione per la verità costituisce il fil rouge di tutta l'opera manzoniana: dal proposito di non tradire mai "il santo Vero" dei giovanili versi per Carlo Imbonati, all'elaborazione della poetica del Vero, oggetto di tutta la sua ricerca letteraria ."L'ansia di conoscere il vero è la sola cosa che possa indurci ad attribuire importanza a ciò che apprendiamo"; al poeta "non domandiamogli che di essere vero": "più si va addentro a scoprire il vero nel cuore dell'uomo, più si trova poesia vera": sono celebri affermazioni dei suoi scritti teorici e nel romanzo aggiungerà: "ci basti aver dei fatti da raccontare". Anche nella Colonna, dunque, assistiamo a un rigoroso percorso razionale: solo un corretto uso della ragione permette di conoscere la realtà. Manzoni è convinto che nessun fatto, per quanto apparentemente assurdo, possa sottrarsi all'investigazione della ragione. In questo senso, egli è pienamente illuminista e pienamente cristiano, in quanto porta a compimento l'eredità della riflessione del secolo dei lumi unendola al realismo della tradizione cristiana, specie in terra lombarda. Si inserisce in tal modo a pieno titolo sulla scia, a lui tanto familiare, di Beccaria e di Verri, incarnando, per così dire, una "via italiana" all'illuminismo, fatta di pragmatismo e di buon senso, come si sa ben diverso dal senso comune. Sicuramente l'indagine manzoniana deve molto al pamphlet Dei delitti e delle pene di Beccaria (1764) e soprattutto alle Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri (1777), libro che si occupa specificatamente del caso degli untori: Verri fu il primo a riconoscere esplicitamente (un secolo e mezzo dopo i fatti!) le gravissime responsabilità dei giudici e a rendere giustizia al Piazza e al Mora, i due principali accusati. Tuttavia, sono evidenti i diversi approcci al caso di Verri e Manzoni; il primo è teso all'abolizione della tortura (effettivamente eliminata dall'ordinamento penale dello Stato di Milano nel 1784, anche per merito delle sue pagine) e attribuisce la ferocia del caso "all'ignoranza de' tempi" e alla "barbarie della giurisprudenza". Ma ciò non basta, secondo Manzoni, a spiegare "atti iniqui", prodotti da "passioni perverse". Tali passioni non possono essere eliminate con una legge. Eccoci dunque al cuore della riflessione manzoniana: il problema del male, connesso alla libertà e alla responsabilità umane. Affrontando un caso particolare, che diventa specimen dell'universale, Manzoni si inabissa nel vortice di "un gran male fatto senza ragione da uomini a uomini" e rimane abbagliato dal delirio collettivo della folla che, in preda a un furore maligno, grida il suo crucifige, e dal delirio dei magistrati, autori della massima, irreparabile ingiustizia. Eppure, era un'ingiustizia "che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un tragredir le regole ammesse anche da loro, dell'azioni opposte ai lumi che non solo c'erano al loro tempo, ma che essi medesimi, in circostanze simili mostraron d'avere". Lo scoramento di fronte all'apparente vittoria del male aveva dettato ad Adelchi morente i versi famosi: "Una feroce/ forza il mondo possiede, e fa nomarsi/ Dritto…". Davanti a tanto ingiustificato orrore praticato da uomini di legge che potrebbe parere "un sogno perverso e affannoso", è un "sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell'ignoranza che l'uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può bensì esser forzatamente vittime, ma non autori". Bisogna dunque fissare lo sguardo senza paura sul mysterium iniquitatis, sul cuore di tenebra dell'uomo, senza cadere nell'illusione che basti riformare le istituzioni per cambiare la società, ignorando che le buone come le cattive istituzioni, "non si applicano da sé"; occorre tener conto del "fattore umano", esplorando l'abisso della libertà umana. 



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