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ENCICLICA LAUDATO SI'/ Papa Francesco, con Benedetto XVI e oltre

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Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

Se si divide l'uomo dal suo contesto naturale nel creato, non si capisce più né che cosa sia l'uomo, né che cosa sia la natura: e infatti Francesco condanna sia l'«antropocentrismo» che il «biocentrismo» come estremi ugualmente sbagliati. E come l'opera di Guardini osa una prospettiva profetica per il futuro, constatando la fine di questa epoca della separazione, così anche il Papa rileva molto positivamente che nell'ultimo periodo l'umanità sviluppa una consapevolezza sempre più critica nei confronti di questo paradigma-mentalità della «modernità».

Probabilmente per non mettere a repentaglio l'incisività di questo messaggio, il Papa non si riferisce agli scritti di Guardini specifici sulla tecnica, nei quali si inquadra un rapporto decisamente più positivo rispetto alle possibilità della tecnica di quello delineato dal Papa nella Laudato Si'. Infatti, è stato già annotato in alcuni commenti che proprio gli esempi scelti da Francesco — inquinamento, rifiuti, clima, acqua, biodiversità, vivibilità delle città — attesterebbero proprio ai paesi tecnologicamente ed economicamente sviluppati i migliori progressi nella salvaguardia dell'ambiente; e giustamente Francesco sottolinea i progressi che senza dubbi sono già stati fatti. Ma tale critica all'enciclica non coglie il suo senso profondo: il Papa sottolinea infatti che, sebbene la tecnica e lo sviluppo industriale portino ultimamente anche a un miglioramento dell'ambiente, ciò è soltanto un lato della medaglia e quindi non dispensa l'umanità da una conversione molto più importante ossia verso una forma di vita più autentica (LS 206). Essa si esprime nella solidarietà universale verso gli altri, in un'austerità responsabile verso se stessi (LS 214), nell'accettare il proprio corpo (LS 155), e infine nel sostituire la dinamica della rapidizzazione con uno sguardo più sostenibile (LS 192). Riguardo a quest'ultimo aspetto, è notevole come Francesco traduce una nozione classica della dottrina sociale della Chiesa in una categoria temporale: realizzare il bene comune vuol dire pensare ed agire a lungo termine e quindi rallentare una frenesia del profitto a breve termine.

Ciò che a molte letture sembra un appello per la "decrescita", in realtà è tutt'altro che una presa di posizione di Francesco a favore di questa teoria che attualmente gode di una certa popolarità. Sebbene Francesco avanzi una chiara critica alla dottrina della crescita infinita (LS 106), bisogna anche constatare che l'unica volta che il termine «decrescita» appare nell'enciclica (LS 193), esso indica tutt'altro che un fine verso cui indirizzare l'agire e le politiche, bensì, e secondo la dizione classica della teologia morale cattolica, una conseguenza non intenzionale da «accettare». Nel ridefinire il progresso (LS 194), che propone ad esempio di includere i "costi dell'ambiente" anche nei calcoli economici dei grandi progetti come nel bilancio delle aziende (LS 182, 195), il criterio del Pil viene conseguentemente contestualizzato e solo per questo si dovrebbe «accettare» anche un rallentamento della crescita economica o l'effetto di una certa decrescita. 



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