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EUGENIO CORTI/ "Vi bacio. Inviatemi guanti e cioccolato". Ecco le lettere dalla Russia

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Eugenio Corti (1921-2014) (Immagine dal web)  Eugenio Corti (1921-2014) (Immagine dal web)

I nuovi Ufficiali (un Tenente e un Sottotenente) non sapevano che fare, non avendo pratica. In breve la direzione dei lavori passò tutta a me, e, alla fine, me la presi ufficialmente. Ecco perché non avevo neanche tempo per scrivervi.

Si doveva ricavare tutto dal bosco. Obbligai gli uomini a un lavoro forzato, malgrado il freddo. Aprimmo dieci grandi buche. Le ricoprimmo di solidi tronchi di quercia, di paglia e di terra. Sorsero in breve delle comode baracche di cui nulla o quasi si vede al di fuori, ma che dentro offrono ai soldati una comoda e calda sistemazione. I lavori non sono ancora finiti (delle 4 baracche Ufficiali ad esempio non ce n'è che una), ma ormai si può tutti dormire e passare parte della giornata al caldo (1). Anzi da qualche giorno il freddo è calato. Presto finiremo e aspetteremo allegramente che giunga qualsiasi freddo. Sono contento; l'allegria non è mai mancata. Vi aggiungo una cartolina che un mio amico della Sforzesca, pregato di interessarsi del Beretta, mi ha inviato. Forse era disperso e adesso è ritrovato. Non so però niente di sicuro. Non dite ancora niente ai suoi. Vi scriverò ancora

appena avrò altre notizie. Vi bacio e saluto. Inviatemi spezzoni fotografici, guanti e cioccolato. Bacioni di nuovo,
Eugenio




Nota
(1) I nuovi rifugi sono così descritti nel Cavallo rosso: «Venne l'autunno. Da nord-est (dalla Siberia) cominciò a soffiare a intermittenza un vento sempre più freddo. Poco alla volta si fece così mordente che gli artiglieri scavarono di propria iniziativa delle buche all'interno delle tende, in modo da poter dormire al di sotto del suo soffio. Intanto – al pari dei soldati di tutti gli altri corpi – avevano cominciato a costruirsi nel terreno dei rifugi invernali veri e propri. Sul cumulo di terra che copriva ciascun rifugio applicarono qualche battente di finestra o almeno un riquadro di vetro, fortunosamente recuperato di notte nei villaggi abbandonati in riva al Don; le porte furono messe insieme col legname delle casse di munizioni; le future stufe ricavate dai fusti della benzina: ogni fusto, tagliato a metà, ne dava due», Il cavallo rosso, pp. 247-248.

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