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VACANZE?/ Se viaggiare è un alibi per non scoprire mai niente

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Paul Cezanne, Monte Sainre-Victoire, particolare (1906) (Immagine dal web)  Paul Cezanne, Monte Sainre-Victoire, particolare (1906) (Immagine dal web)

Chi ha il mito del viaggio deve essere parente di chi aveva il mito dell'aldilà. Dicono che un tempo c'era chi disprezzava la terra e amava il cielo. Non voleva stare qui, ma andarsene altrove. Perché la terra era una valle di lacrime, e qualche consolazione in un aldilà doveva pur esserci. Era bello fabbricarsi un mondo a parte, ma ci voleva fede (che poi proprio fede non era, né dantesca né cristiana: paradiso artificiale, per sottrazione anziché per attrazione). 

Mi pare che lo stesso principio escatologico valga per il viaggio, nel mondo secolarizzato. È una nuova fede, e per crederci davvero occorre disprezzare il qui e ora. Un viaggiatore (versione duepuntozero del pellegrino) deve sapersi abbandonare ciecamente ai suoi viaggi, sognando che in quei miraggi risieda la salvezza alla vita che non funziona. Che il lavoro sia la croce, e la vacanza invece la resurrezione. Bisogna credere intimamente al principio della distrazione, coi suoi precetti dello "staccare la spina" e simili. Consegnarsi a questi dogmi a cui tanta gente non ha abboccato per millenni: loro che la sera non andavano in pizzeria, loro che non avvertivano il bisogno indotto di viaggiare.

Oggi chi negherebbe un bel viaggetto-premio al figlio promosso? Eccoli, i «viaggiatori che si lasciano viaggiare», come li chiamano Dalla e De Gregori in Gran turismo: si trovano nella valle dei templi, fanno la loro fotina, si taggano e ripartono. «E arrivano sul tetto del mondo senza nemmeno guardare / Si fermano appena un secondo per fotografare. / È gente che sa viaggiare, abituata a viaggiare, / di notte noleggiano bici sul lungomare» (o «noleggiano baci sul lungomare», con la stessa facilità). «Un uomo se è un uomo davvero radici non ha, / stasera si dorme a Berlino, domani chissà».

Io non ho la grazia di avere fede nei viaggi. Sono troppo materialista, non so staccarmi da terra. Parigi, Barcellona, Londra, Ibiza non mi attirano: mi piace il mio quartiere, la mia spiaggetta. Per me non c'è confronto tra l'America e la Puglia. Aspetto il lunedì più che il sabato. Detesto le gite, mi esalta un'ora di lezione. Non mi interessa la novità, vado pazzo per il solito. Voglio rivedere i miei amici, i miei figli, i miei libri, cantare le stesse canzoni, mille volte, scavando e riscavando, scoprendo profondità insospettate. Fremo per quello che conosco, e potrei perfino aprirmi a quello che non conosco: ma infinitamente più bello è ciò che mi conosce. Una radice vale di più di mille petali. Sono indissolubilmente pavesiano (ogni altro scrittore è un tradimento). 

«Perché c'è più abitudine nell'esperienza ad ogni costo (cfr. il brutto "viaggiare ad ogni costo"), che nella normale rotaia accettata doverosamente e vissuta con trasporto e intelligenza. Sono convinto che c'è più abitudine nelle avventure che in un buon matrimonio. Perché il proprio dell'avventura è di serbare una riserva mentale di difesa; per cui non esistono buone avventure. È buona quell'avventura cui ci si abbandona: il matrimonio insomma, magari di quelli fatti in cielo. Chi non sente il perenne ricominciare che vivifica un'esistenza normale e coniugata, è in fondo uno sciocco che, quantunque dica, non sente nemmeno un vero ricominciare in ogni avventura» (Il mestiere di vivere, 23 novembre 1937).



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COMMENTI
15/08/2015 - Se non viaggiare è un alibi... (Silvia Dear)

Scandaloso Mister Capasa: se San Pietro e San Paolo avessero avuto le sue superbe illuminazioni non sarebbero mai arrivati a Roma. Così come i filosofi che dalla Grecia mettevano piede nella sua splendida città. Sapere che lei è insegnante e usa Pavese per le sue misere e provinciali elucubrazioni preferragostiane...mi sgomenta. Poveri ragazzi! Chissà quante sciocchezze intrise del suo squallido provincialismo da Settembre a Giugno. Ma che le è successo nell'infanzia/ adolescenza??? Non scomodi Pavese per cortesia. Se non le è mai riuscito di lasciare la sua città per andare e vedere altrove i motivi saranno altri. Il livello del suo articolo è troppo basso per la competenza e la serietà de Il Sussidiario. Faccia la conoscenza di una delle tante imbarcazioni che affollano il porto della sua città, cominci ad essere meno provincialotto se le riesce. E'per colpa di gente come lei che ai ciellini vengono attaccate etichette non corrispondenti alla realtà. Insomma: lasci in pace i viaggiatori e porti la sua famiglia fuori dalla Puglia (non Rimini e i suoi squallidi alberghi della terza settimana di Agosto) .Grazie

RISPOSTA:

Un insulto per ogni frase, e Madame Cosmopolite liquida in un sol colpo, senza entrare nel merito di nessuna, tutte le frasi non solo mie, ma anche di quegli altri provincialotti di Pavese (che se Mussolini non l'avesse mandato a farsi un bagno in Calabria non avrebbe visto più che Torino e le Langhe), Cézanne (ossessionato dalla sua montagnuccia) e Seneca (sempre sotto la gonnella del capo), dispensandoci il profondo suggerimento: "annateve a fa' un giretto". Suppongo che proprio dai suoi numerosi viaggi e permanenze in resort di lusso avrà imparato cotanta illuminata propensione al confronto e invidiabile apertura mentale. Non la invito in barivecchiano stretto, come prossimo viaggio, ad andare a quel paese, perché farà più chic sentirselo dire in tutte le lingue del mondo. Au revoir. VC