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LETTURE/ Von Balthasar, quando l'amore gratuito di Dio cambia tutto

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Michelangelo, Pietà Rondanini (1552-53) (Immagine dal web)  Michelangelo, Pietà Rondanini (1552-53) (Immagine dal web)

Caro direttore,
il 12 agosto di quest'anno si ricorda il 110mo compleanno di Hans Urs von Balthasar, "l'uomo più colto del suo tempo", come si espresse Henri de Lubac, certamente un grande avvenimento teologico nella storia della teologia cristiana. Nel 1978 vivevo in un quartiere operaio di Torino, Mirafiori Sud, e quando avevo quindici anni avevo avuto un grande parroco, Paolo Gariglio, ma era stato mandato a Nichelino, in un'altra parte della periferia di Torino e così mi sentivo, dal punto di vista della comunità cristiana, un po' orfano. Nel liceo scientifico che frequentai fino al 1980 ebbi come insegnante di filosofia Francesco Coppellotti, traduttore di alcune opere importanti del marxista eretico Ernst Bloch (1885-1977), che con la sua filosofia dell'utopia aveva affascinato la generazione del 1968. 

Coppellotti, che era stato intimo amico di Henri de Lubac (1896-1991), pur in posizioni filosofiche direi quasi opposte, vedendo in me un giovane cattolico pieno di domande mi diede l'indirizzo di Balthasar a Basilea e mi suggerì di scrivergli. Gli scrissi una lettera in cui gli chiedevo che cosa dovessi fare per diventare un buon cristiano. Avevo appena incontrato Giulio Girardi, una delle menti più lucide della teologia torinese di quegli anni, che aveva appena lasciato il sacerdozio ed era autore di un'opera interessante su cristianesimo e marxismo. Chiesi a Balthasar se, per essere un buon cristiano, dovessi diventare prete operaio. La sua risposta (che pubblicai poi negli anni novanta in un libro edito da Piemme con una raccolta di testi di Balthasar, Incontrare Cristo), fu per me sorprendente, in primo luogo perché questo grande della teologia cattolica si prendeva il tempo di scrivere ad uno sconosciuto ragazzo della periferia di Torino, ma anche per il contenuto, che portò però frutti non immediati — visto che era appena cominciata, con la lettura de Ateismo nel cristianesimo di Ernst Bloch, una fase della mia vita che mi portò dal 1980 al 1987 a vedere nello spirito dell'utopia e non nella presenza cristiana la fonte prima di speranza. 

Il contenuto di quella prima lettera di von Balthasar era del tutto ignaziano e si può forse riassumere, con le mie parole, così: non devi fare nulla per diventare un buon cristiano, perché non il tuo, ma il Suo operare è decisivo. Tu devi metterti a disposizione di ciò che il Signore vuole fare di te; potrebbe per esempio anche sceglierti per diventare un trappista. Decisivo è che "lei diventi uno strumento della sua volontà salvifica".

Questa "inversione" di ogni attivismo è forse il filo rosso di tutta l'opera di von Balthasar, che nella sua grande trilogia teologica comincia con una determinazione "ultima" dell'essere: la bellezza, che viene vista come il primo passo della trilogia. Se una cosa non è bella, non avremo mai la possibilità che ci appaia come buona e vera. Sulla croce è visibile tutta la bellezza, meglio la "gloria" di Dio. 



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