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LETTURE/ I martiri di Otranto: perché eroi, perché santi

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Il rosone della Cattedrale di Otranto (Immagine dal web)  Il rosone della Cattedrale di Otranto (Immagine dal web)

Sempre, del resto, il martirio porta con sé una conseguenza paradossale. Esso avviene all'esito di una sconfitta plateale provocata dal potere dominante; coincide con una disfatta assoluta e ingiusta della vittima; si consuma con cattiveria e senza speranza di rivalsa umana e politica. Eppure, esso è tale da trasformare il male di quella barbarie in motivo di pacificazione e di stupita gratitudine; non apre all'odio, ma al riconoscimento commosso di un bene imprevedibile; sicché la memoria di quel passato rende più facile e grato il presente. 

2. Otranto è cresciuta così. Se è vero che i luoghi fanno la storia, è anche vero che la storia forma il senso di quei luoghi. Sicché fra il prima e il dopo gli eventi del 1480 tutto è proseguito ininterrotto, ma nulla è restato uguale.

Certamente Otranto ha conservato la propria forza simbolica di luogo di dialogo interculturale e interreligioso nel Mediterraneo. Un dialogo sperimentato già prima dello scisma del 1050 fra oriente e occidente e poi incrementato e reso più autorevole dalla fondazione dell'università, la quale anticipò le pari esperienze di Bologna e d'Inghilterra, per giunta istituendo borse di studio per i bizantini che vi partecipavano. Ed è sempre da una simile esperienza culturale e identitaria, che è derivato il mosaico pavimentale della Cattedrale: una delle più possenti rappresentazioni della storia dell'umanità; una summa del sapere senza barriere religiose, culturali e geografiche, nella quale la centralità del fatto cristiano si coniuga con la pluralità delle simbologie raffigurate (l'albero della vita, l'asino con la lira, il leone di Bagdad, gli elefanti dell'India), sino a contemplare la concretezza degli accadimenti (la guerra, la costruzione della pace, il ritmo dei mesi) e a raffigurare i particolari più quotidiani e umili della vita degli uomini (gli utensili di lavoro, la pendola dei pomodori). Si tratta di una rappresentazione che, parafrasando von Balthasar, poneva "il tutto nel frammento". In quella ricostruzione ancora adesso ciascun visitatore può sempre trovare un proprio riferimento personale. Nessuno, anche se straniero o ignorante, può sentirsi escluso da una simile narrazione; sicché, per analogia, nessuno può sentirsi estraniato dalla grande Alleanza lì raffigurata fra Dio e l'uomo.

Eppure, riprendendo San Paolo, verrebbe da dire che tutta quella ricchezza artistica, culturale e religiosa fu nullaal cospetto di quanto accadde poi, nei tragici eventi del 1480; e anzi, che quanto avvenne in quei giorni fece comprendere il prezzo e il significato di quanto in precedenza effigiato nel mosaico: un'Alleanza che si trasforma in Incarnazione al prezzo del sangue dell'Incarnato.

Del resto è sempre così. E' sempre il sangue dei martiri a smentire i pur nobili tentativi dell'uomo di costruire da sé quella che Agostino chiamava la Città di Dio, come bene esplicita nel mosaico la scena della costruzione della torre di Babele



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